Toni Morrison: il dono della parola

Sta circolando in queste ore la notizia della morte di Toni Morrison, donna e scrittrice da me amatissima.

Per ricordarne lo spessore etico, umano e letterario, preferisco lasciare la parola direttamente a lei e alla sua amica di lunga data, Angela Davis.

Segnalo, quindi, un significativo ‘montaggio’ di interviste fatte a distanza e vi invito a prendere visione di questo loro incontro/confronto alla Public Library di New York.

Una storia dimenticata, una storia da ricordare…

Chiamato a testimoniare sulla strage di Ballymurphy (Belfast, agosto 1971), Henry Gow – avvocato, ex militare delle forze britanniche, membro del famigerato SAS (Special Air Service) e poliziotto – ha dichiarato: « La gente di West Belfast dovrebbe essere grata che ci fosse disciplina nell’esercito britannico, altrimenti il bilancio delle vittime sarebbe potuto essere molto più alto».

Foto ‘d’epoca’ esposta al Bogside Inn (Derry)

La storia dell’Irlanda del Nord è ormai finita nel dimenticatoio. Pochi compagni e poche compagne, in Italia e altrove, ricordano il bagno di sangue perpetrato dalle forze coloniali britanniche dalla fine degli anni ’60 fino alle soglie del terzo millennio. Ma i sopravvissuti continuano a lottare per far emergere una verità che hanno conosciuto fin troppo bene sulla propria pelle: il progetto di sterminio di un intero popolo, che dopo 8 secoli di oppressione coloniale ancora non si arrende.

Dichiarazioni come quella di H. Gow riportata sopra confermano quanto sia importante quella verità, a fronte delle menzogne di Stato e delle coperture e connivenze che quelle stesse menzogne cercano ancora di occultare.

Chi volesse cominciare a recuperare il filo della memoria e capire meglio che scenari vadano delineandosi, in epoca di Brexit, nelle sei contee d’Irlanda ancora sotto il dominio britannico può ascoltare questi due interventi: 1, 2.

Avremo modo di tornare a parlarne, ma intanto GO ON HOME BRITISH SOLDIERS, GO ON HOME!

Fotografia tratta da ‘Irlanda. Un Vietnam in Europa’ (ed. Lotta Continua, s.d.)


Niente da aggiungere

Sullo stupro di Viterbo e sui suoi autori, Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci, c’è ben poco da aggiungere rispetto a ciò che da dieci anni vado ripetendo a proposito della mia ricerca Difendere la ‘razza’, come è evidente nei primi 4.24 minuti di questo video.

Chi volesse vedere l’intera presentazione per immagini può andare a questi link:

Ciao Sere!

Nella tarda serata del 3 marzo è morta Serena – amica, compagna, sorella, complice…

Le parole si inceppano non appena cerco di esprimere l’incommensurabile dolore che provo e che tocca la parte di me più intima e profonda, la sorgente della vita e della forza.
Posso solo ritrarla con alcuni aggettivi che delineano i tratti caratteriali che più me l’hanno fatta amare in questi oltre due decenni di intensa relazione fatta di grandi condivisioni, ma non priva di asperità.

Immediata e complessa – il confronto con lei era sempre pulito, onesto, era relazione vera con una complessità in continuo divenire sempre libera da ogni ‘dover essere’.
Caparbia – ostinata e tenace nel più profondo senso del termine.
Autodeterminata – per tutta la sua vita e fino all’ultimo momento ha difeso con le unghie e coi denti la propria autodeterminazione, lasciandoci un’eredità preziosa da custodire con cura.
Ironica e autoironica – profondamente dissacratoria, guardava il mondo da una prospettiva critica femminista e cercava ininterrottamente di trasformare l’esistente.
Umile – non ha mai mirato al protagonismo quanto, invece, all’efficacia e alla condivisione di pensieri e pratiche femministe.
Curiosa – sempre pronta a misurarsi con nuovi stimoli per crescere e a mettere in discussione i propri, eventuali, pregiudizi.

“Teniamoci strette”, “Respiriamo insieme”: queste alcune delle frasi scambiate con le compagne a me più care per lenire il dolore della sua perdita e darci forza.

Mi mancheranno le sue risate, quando arricciava il naso con sguardo monello e al contempo consapevole e ricco di esperienza. Ma più di tutto mi mancherà il suo continuo, amoroso pungolo dialettico che accompagnava con affetto ciascuna nel proprio divenire donna.

Né io né lei abbiamo mai avuto un carattere facile o accomodante, ma abbiamo saputo fare di questo non un limite ma un punto di forza per nutrirci a vicenda: sempre pronte a discutere anche animatamente, accoglievamo le reciproche – talvolta assai aspre – critiche, consapevoli che l’amore, la stima e la voglia di cambiare il mondo ‘a partire da sé’ non sarebbero mai venuti meno. E così è stato.

Delle tante foto che ho con lei, una in particolare rappresenta la nostra relazione: io e Sere che camminiamo discorrendo nel deserto. L’ha scattata Antonio, suo compagno di vita, con il quale era venuta a trovarmi in Eritrea nel 2002, dove mi trovavo per la ricerca sulla storia coloniale italiana.

In questa immagine ritrovo la vicinanza tra noi nel deserto da cui a volte ci siamo sentite circondate, incompatibili con un femminismo sempre più ridotto a coperta calda e rassicurante – dunque, sempre meno conflittuale.

Con la sua morte si chiude, per me, un’epoca in cui l’etica si incarnava davvero nelle relazioni e nelle pratiche femministe e non, invece, negli echi distorti di rivoluzioni lontane…

Ciao Sere, vola leggera tra le stelle, accompagnata dal nostro amore e dalla poesia che Betty ha composto per te:

Pioveva all’improvviso
e mi veniva da pensare
a Serena nell’universo immenso
con il suo spirito libero
e finalmente senza limiti
e la pioggia sembrava le lacrime
che Serena stava piangendo
per noi che siamo rimasti
a soffrire per la sua partenza.
Lacrime per noi
che sentiamo la sua assenza.
(Betty Gilmore – March 5, 2019)

Basta un po’ di zucchero?

Nell’uomo dunque il meccanismo del piacere è strettamente connesso al meccanismo della riproduzione, nella donna meccanismo del piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti, ma non coincidono. Avere imposto alla donna una coincidenza che non esisteva come dato di fatto nella sua fisiologia è stato un gesto di violenza culturale che non ha riscontro in nessun altro tipo di colonizzazione. (Carla Lonzi)

Una compagna mi ha segnalato alcuni giorni fa questo manifestino ricevuto per email.

Era inorridita – e io con lei – vedendo come si stiano affossando decenni di lotte e pratiche femministe.

La pillola, lo sappiamo molto bene. non ha nulla di femminista ma, anzi, è un contraccettivo che nuoce gravemente alle donne – e non solo dal punto di vista della salute.

Il fatto che i medici tendano ancora a rifilarla alle donne fertili di ogni età ha a che vedere con il business farmaceutico e con la mentalità patriarcale, non con la liberazione sessuale femminista.

Non si rileva, infatti, nessuna traccia di liberazione in un contraccettivo che è tutto a carico della donna – sia dal punto di vista della salute che dell’impegno a non scordarne l’assunzione.
Né si rilevano tracce di liberazione in una mentalità incentrata sull’orgasmo maschile, cioè una mentalità secondo la quale le donne devono essere sempre pronte alla penetrazione quando lui ne ha voglia.
Dovremmo ormai sapere che il piacere femminile è soprattutto clitorideo e non vaginale…

Impillolarsi per il piacere altrui significa forse essere soggetto del proprio desiderio? No, a meno che il desiderio non sia alienato nel desiderare di essere desiderata. Ma questa non è liberazione: a casa mia si chiama eteronormatività. E l’eteronormatività genera sudditanza femminile.

Vorrei anche aggiungere che, gratta gratta, questa mentalità è di diretta derivazione dalla (in)cultura dello stupro, che riduce ogni donna ad uno – o più – buchi.

E allora basta un po’ di zucchero patriarcale e la pillola va giù? (segue a pag. 2)

Cosa si nasconde dietro il “ritorno volontario”

Ho ricevuto da Londra la traduzione di un testo di All African Women’s Group, che sta circolando in forma di appello. Lo pubblico volentieri, per mostrare la tossicità tanto della categoria di “ritorno volontario”, quanto delle narrazioni di ong sedicenti “femministe” che sono, in realtà, complici delle politiche statuali repressive e di controllo. D’altra parte, quando si elemosinano allo Stato rappresentanza e leggi diventa facile scivolare nel collaborazionismo…

Chi mi ha inviato la traduzione specifica: «L’”ambiente ostile” contro gli immigrati è la politica lanciata da Teresa May quando era ancora Ministro degli Interni. Il risultato più scandaloso di questa politica è quello del Windrush, dal nome della nave che nel 1948 portò il primo gran numero di immigrati dalle Antille nel Regno Unito, invitati ad aiutare a ricostruire il paese dalle macerie della guerra e a lavorare negli ospedali e nei trasporti. I loro discendenti, a migliaia, sono stati considerati immigrati illegali dal Ministero degli Interni. Molti hanno perso il lavoro, la casa, l’accesso ai servizi sanitari, non potevano più visitare il paese d’origine neanche per un funerale e ritornare nel Regno Unito. Altri sono stati deportati illegalmente e sono morti».

BASTA CON LE DETENZIONI E LE DEPORTAZIONI. I RITORNI ‘VOLONTARI’ NON ESISTONO
 
La nostra cara sorella Erioth Mwesigwa è stata deportata senza preavviso nell’aprile dell’anno scorso dopo oltre 25 anni nel Regno Unito.  L’hanno presa mentre firmava [nell’ufficio immigrati. N.d.T], portata dritta all’aeroporto e messa su un volo, tutto nel giro di poche ore.  Trasformiamo questo in un segnale di sveglia perché, quando il nemico colpisce, ci si tira su e si lotta più duro.
 
Il Ministero degli Interni sta accelerando le deportazioni e ha cambiato la sua politica per rendersele più facili.  Per  esempio la signora Mwesigwa aveva ricevuto una lettera che diceva che l’avrebbero deportata senza preavviso e le è stato negato il  diritto di appello mentre era ancora nel Regno Unito.
 
Come la generazione del Windrush, soffriamo l’ambiente ostile e insensibile del governo contro l’immigrazione.  Lo scandalo del Windush ha rivelato il dolore e la sofferenza provocati dalla deportazione e l’opinione pubblica ne è inorridita. (continua a pag. 2)

Restituire il maltolto! (ancora sul “debito di gratitudine”…)

Nel piazzale della stazione di Piazza Principe, a Genova, c’è un enorme monumento, risalente alla metà dell’800, la cui dedica è «A Cristoforo Colombo. La patria». Decine di volte mi era capitato di passare accanto a quel monumento, ma ieri ho avuto il tempo di guardarmelo per bene, girandoci intorno e soffermando la mia attenzione sui bassorilievi, in particolare su quelli che vorrebbero celebrare la “scoperta” dell’America – che sappiamo bene trattarsi di conquista e non di “scoperta”. Vi sono rappresentati donne e uomini indios, semi-vestiti con stracci, che baciano le mani e le vesti di Colombo.

Si tratta, senza dubbio, di una rappresentazione della “gratitudine” che mistifica la realtà storica del genocidio e di quello che Luciano Parinetto definiva l’originarsi dell’inciviltà capitalistica.

D’altra parte la retorica della “missione civilizzatrice” che ha accompagnato le successive – e criminali – imprese coloniali (inclusa quella degli “italiani brava gente”!) mirava allo stesso risultato, imponendo alle popolazioni colonizzate un “debito di gratitudine” i cui effetti devastanti arrivano fino al presente, come ho mostrato sinteticamente in un post precedente.

A questo proposito, voglio oggi proporre il video della conferenza Immigrazione – Per una volta ragioniamo sulle cause e come rimuoverle, tenuta di recente da Pietro Basso a Saronno. La sua lucida analisi permette di affinare la cassetta degli attrezzi di chi rifiuta l’attuale viscido e ipocrita antirazzismo di piazza – che include allegramente tanto chi ha costruito i lager per immigrati/e in Italia alla fine del ‘900 quanto associazioni e ong che ingrassano sul business dell’immigrazione.

Ringrazio Pietro Basso anche per l’importante precisazione sul portato ideologico e mistificatorio del termine “migranti” rispetto ad “emigranti” – errore in cui sono caduta io stessa.

“Debito di gratitudine”?

Non c’è nessun su o giù nello spazio esteriore della terra, dunque il nord come ‘su’ e il sud come ‘giù’ sono definizioni puramente arbitrarie. La rappresentazione dell’Europa e dell’America che stanno in alto sulle carte geografiche e sui mappamondi, e che è universalmente familiare, è solo un espediente visuale per rafforzare l’idea che è giusto e appropriato che la gente bianca stia sopra, domini il mondo. Per ri-orientarvi, ruotate le carte geografiche e i mappamondi di 180 gradi. (Amoja Three Rivers )

Il “debito di gratitudine” è la formula magica che giustifica e dissimula i dispositivi che deumanizzano donne e uomini migranti autorizzandone, al contempo, lo sfruttamento in molteplici forme. In nome di quel “debito” essi diventano, infatti, proprietà dello Stato che li “accoglie”.

Alcuni giorni fa un compagno mi spiegava come tale “debito” scatti nel momento in cui le/i migranti vengono “salvati” in mare. Molto significativo è che a questo “salvataggio” segua, come primo atto, la perquisizione: un atto che sancisce l’espropriazione dei loro corpi come prezzo della possibilità – per altro sempre più remota – di restare nella fortezza Europa.

Pensando ai trascorsi coloniali europei, dalla conquista dell’America in poi, mi è stato immeditamente chiaro come il primo scopo del “debito di gratitudine” sia quello di mistificare la realtà attraverso un rovesciamento.

Secoli di schiavitù coloniale e neocoloniale, di rapina delle risorse, di “colonialismo tossico”, di sfruttamento e devastazione dei territori colonizzati nonché delle vite, dei saperi e delle culture di chi li abita sono infatti lì a testimoniare l’opposto: il vero, incommensurabile, “debito” ce l’hanno i Paesi europei che hanno costruito la propria ricchezza sul saccheggio coloniale e che oggi continuano ad ingrassare sulla pelle altrui. Vogliamo ribaltare questo mondo alla rovescia – con le sue false rappresentazioni propagandistiche – e rimettere sui suoi piedi la storia?