Restituire il maltolto! (ancora sul “debito di gratitudine”…)

Nel piazzale della stazione di Piazza Principe, a Genova, c’è un enorme monumento, risalente alla metà dell’800, la cui dedica è «A Cristoforo Colombo. La patria». Decine di volte mi era capitato di passare accanto a quel monumento, ma ieri ho avuto il tempo di guardarmelo per bene, girandoci intorno e soffermando la mia attenzione sui bassorilievi, in particolare su quelli che vorrebbero celebrare la “scoperta” dell’America – che sappiamo bene trattarsi di conquista e non di “scoperta”. Vi sono rappresentati donne e uomini indios, semi-vestiti con stracci, che baciano le mani e le vesti di Colombo.

Si tratta, senza dubbio, di una rappresentazione della “gratitudine” che mistifica la realtà storica del genocidio e di quello che Luciano Parinetto definiva l’originarsi dell’inciviltà capitalistica.

D’altra parte la retorica della “missione civilizzatrice” che ha accompagnato le successive – e criminali – imprese coloniali (inclusa quella degli “italiani brava gente”!) mirava allo stesso risultato, imponendo alle popolazioni colonizzate un “debito di gratitudine” i cui effetti devastanti arrivano fino al presente, come ho mostrato sinteticamente in un post precedente.

A questo proposito, voglio oggi proporre il video della conferenza Immigrazione – Per una volta ragioniamo sulle cause e come rimuoverle, tenuta di recente da Pietro Basso a Saronno. La sua lucida analisi permette di affinare la cassetta degli attrezzi di chi rifiuta l’attuale viscido e ipocrita antirazzismo di piazza – che include allegramente tanto chi ha costruito i lager per immigrati/e in Italia alla fine del ‘900 quanto associazioni e ong che ingrassano sul business dell’immigrazione.

Ringrazio Pietro Basso anche per l’importante precisazione sul portato ideologico e mistificatorio del termine “migranti” rispetto ad “emigranti” – errore in cui sono caduta io stessa.

“Debito di gratitudine”?

Non c’è nessun su o giù nello spazio esteriore della terra, dunque il nord come ‘su’ e il sud come ‘giù’ sono definizioni puramente arbitrarie. La rappresentazione dell’Europa e dell’America che stanno in alto sulle carte geografiche e sui mappamondi, e che è universalmente familiare, è solo un espediente visuale per rafforzare l’idea che è giusto e appropriato che la gente bianca stia sopra, domini il mondo. Per ri-orientarvi, ruotate le carte geografiche e i mappamondi di 180 gradi. (Amoja Three Rivers )

Il “debito di gratitudine” è la formula magica che giustifica e dissimula i dispositivi che deumanizzano donne e uomini migranti autorizzandone, al contempo, lo sfruttamento in molteplici forme. In nome di quel “debito” essi diventano, infatti, proprietà dello Stato che li “accoglie”.

Alcuni giorni fa un compagno mi spiegava come tale “debito” scatti nel momento in cui le/i migranti vengono “salvati” in mare. Molto significativo è che a questo “salvataggio” segua, come primo atto, la perquisizione: un atto che sancisce l’espropriazione dei loro corpi come prezzo della possibilità – per altro sempre più remota – di restare nella fortezza Europa.

Pensando ai trascorsi coloniali europei, dalla conquista dell’America in poi, mi è stato immeditamente chiaro come il primo scopo del “debito di gratitudine” sia quello di mistificare la realtà attraverso un rovesciamento.

Secoli di schiavitù coloniale e neocoloniale, di rapina delle risorse, di “colonialismo tossico”, di sfruttamento e devastazione dei territori colonizzati nonché delle vite, dei saperi e delle culture di chi li abita sono infatti lì a testimoniare l’opposto: il vero, incommensurabile, “debito” ce l’hanno i Paesi europei che hanno costruito la propria ricchezza sul saccheggio coloniale e che oggi continuano ad ingrassare sulla pelle altrui. Vogliamo ribaltare questo mondo alla rovescia – con le sue false rappresentazioni propagandistiche – e rimettere sui suoi piedi la storia?


Spese militari e “dannate della guerra”

Poiché mi è stato ripetutamente chiesto di pubblicare il mio intervento sulle “dannate della guerra” al convegno del 21 aprile e i dati sulle crescenti spese militari che ho enumerato in piazza a Milano il 5 maggio scorso, riporto questi ultimi in un file che potete scaricare qui, ricordando a chi fosse interessata/o a questo tema che l’Osservatorio sulle spese militari fornisce il continuo aggiornamento di tali dati.

Per quanto riguarda, invece, il mio intervento sull’impatto delle guerre neoliberiste sulle vite delle donne, potete ascoltarlo in podcast:

A fronte di questo ‘bel’ quadretto, mi chiedo come si possa ancora pensare di chiedere allo Stato con l’elmetto di garantire alle donne la – testuale – “giustizia riproduttiva”.

Ci siamo forse dimenticate che l’obiezione di coscienza sull’interruzione volontaria di gravidanza è garantita dall’art. 9 della legge 194/78?

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Art_9_2

A quarant’anni dalla promulgazione di questa legge, c’è ben poco da commemorare. Assai diverso sarebbe superare, su tale questione, le leggi fasciste sulla “integrità e sanità della stirpe” (e dell’onore patriarcale…) rilanciando la depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza (anche dal punto di vista delle sanzioni amministrative!), come volevano le femministe radicali già negli anni ’70.

Che alle donne ci pensino le donne stesse, autodeterminandosi; non lo Stato!

Sulla proposta di inserire l’educazione sessuale nelle scuole, sempre più legate a doppio filo con l’apparato militare, non sto nemmeno a fare commenti.

D’altra parte, non dobbiamo sorprenderci che certo femminismo ammaestrato, suprematista e collaborazionista non spenda mezza parola sulla crescente militarizzazione né si schieri fattivamente al fianco delle dannate della guerra…