4. postvittimismo

Sei pazza!, ci dicono quando andiamo troppo lontane, quando oltrepassiamo i limiti che imprigionano il nostro quotidiano.
Sei pazza!
Lasciateci la nostra follia, a noi donne, nella trasgressione dei limiti che confinano la nostra vita e soffocano la nostra dignità.
Tu sei pazza – è la reazione maschile a questo affrancamento.
La nostra reazione a questa razionalità mortale del patriarcato ci ritorna come ingiuria, come un lazo che dovrebbe catturare la nostra radicalità. Ma noi non abbiamo altra scelta che essere radicali. È l’unico modo per riprendere in mano la nostra dignità e la nostra vita.
Dorothea Brockmann (da un volantino delle Rote Zora, 31 dicembre 1983)

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INDICE (in divenire….)

1. Da vittime a soggetti. Laboratorio postvittimista (pubblicato l’8 novembre 2013,  aggiornato il 25 novembre 2013 e il 23 marzo 2014)

2. Un’esperienza concreta in India contro aborti selettivi e violenza di genere (pubblicato l’8 novembre 2013)

3. Smontare la validità universale dell’androcentrismo (pubblicato il 30 novembre 2013)

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Da vittime a soggetti. Laboratorio postvittimista

Quella che segue è la sintesi di un laboratorio che da oltre un anno sto portando in luoghi molto differenti tra loro, dalle università a situazioni di movimento. L’obiettivo è quello di fornire strumenti critici che permettano di individuare alcuni dispositivi vittimizzanti per decostruirli in prospettiva postvittimista.

Nella prima parte del laboratorio si analizzano i dispositivi di costruzione sociale dei due generi, femminile e maschile, per poi porre una particolare attenzione al ruolo svolto dalle immagini vittimizzanti nel “naturalizzare” la contrapposizione uomo>forte/donna>debole (aspetto, questo, su cui qui non mi soffermo, rimandando al mio Oltre le monocolture del genere). Viene poi proposta una galleria delle immagini più ricorrenti che accompagnano gli articoli dei giornali on-line su casi di violenza contro le donne o che sono state utilizzate in campagne antiviolenza anche internazionali, rilevando il processo di indebolimento delle donne veicolato e rafforzato da queste rappresentazioni. Si mostrano, successivamente, alcuni esempi di immagini e campagne non vittimizzanti, rilevando come la stragrande maggioranza delle immagini utilizzate corrisponda al primo gruppo, mentre è assai raro trovarne del secondo.

La seconda parte del laboratorio si svolge in gruppi; ciascun gruppo deve individuare una tematica riguardante una delle innumerevoli forme di violenza maschile contro le donne e costruire una campagna di taglio postvittimista elaborandone slogan ed immagini. Dopo di che ciascun gruppo presenta la propria campagna e se ne discute collettivamente.

Ovviamente questo laboratorio è copyleft e auspicabilmente riproducibile; chiedo solo che se ne nomini, per correttezza, l’ideatrice…

Dopo anni di paziente lavoro da parte delle donne, il termine femminicidio è entrato a far parte del linguaggio mediatico. Ma, d’altra parte, non è cambiata la rappresentazione delle bambine, delle ragazze e delle donne di tutte le età contro le quali cui è indirizzata la violenza. I giornali on line, ad esempio, quando scrivono di casi di abusi/violenze domestiche/violenze sessuali, spesso accompagnano il testo con immagini oggettificanti e vittimizzanti.

Tali immagini, esattamente come quelle utilizzate nelle pubblicità, nella stragrande maggioranza dei casi rappresentano parti del corpo e solo di rado il corpo intero, per altro con il volto nascosto – dalle mani o da altro.

Queste rappresentazioni, così come i contenuti degli articoli stessi, intrisi di morboso voyeurismo, sortiscono come effetto l’indebolimento delle donne stesse.
Il medesimo dispositivo viene spesso riproposto anche nelle campagne antiviolenza.

Se il modo in cui le donne vengono rappresentate è lo specchio della società in cui si vive, occorre distruggere queste rappresentazioni per liberare l’immaginario e mettere in atto un mutamento radicale nella relazione con noi stesse e tra generi. Anche cominciando a rappresentare la nostra forza di reagire possiamo sviluppare la fiducia in noi. Proviamo, allora, ad avventurarci in un percorso che ci fornisca strumenti critici per analizzare i processi socio-culturali di indebolimento delle donne ed affrontare la violenza contro le donne da una prospettiva post-vittimista, con una particolare attenzione alle strategie di empowerment – inteso come processo continuo di sviluppo di competenze e capacità e di recupero dei nostri saperi e desideri.

Mostrerò, ora, alcune tra le più frequenti immagini vittimizzanti utilizzate dai media on line e dalle campagne antiviolenza. L’uso ricorrente di queste immagini rischia di rendercele, in qualche modo, quasi familiari, ma vederle tutte in una volta ne rovescia l’effetto, rompendo la consuetudine, e le rende ancor più eloquenti, smascherandone la strategia sottesa.

MANI
Non si tratta mai di mani che fermano l’aggressore…

mani…eppure basterebbe così poco per trasmettere il messaggio opposto, come dimostra questa immagine tratta da una mostra di Isabel Lima del 2008

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BOCCA
Bocche inesistenti, cucite, mute;
bocche che non sono in grado di urlare la propria rabbia

bocca

SANGUE E LIVIDI
Sempre lividi “passivi”: non ci sono mai nocche insanguinate per aver tirato un pugno in faccia all’aggressore…

lividi
Non manca la versione “fashion” (immagini pubblicate dalla rivista bulgara di moda Twelve nel 2012; una modalità anticipata, l’anno precedente, dallo stilista Le Mindu in una sfilata londinese, e ormai diventata consuetudine)

fashion

 

SOLITUDINE
Isolamento e disperata solitudine sono dominanti, e quando anche la donna è con altre, l’isolamento permane

solitudineAnche quando si parla di un centro di ascolto per uomini maltrattanti, è la solitudine femminile ad essere rappresentata per pubblicizzarlo, non la violenza maschile

7a

L’UOMO
L’attore della violenza non è mai rappresentato se non come un pugno, un’ombra minacciosa; evoca più il “babau” che non il familiare o conoscente violento

con_uomoE se anche si parla di interventi a supporto delle vittime di violenza o di donne che reagiscono, ecco che le immagini veicolano il messaggio opposto.
Si notino le date degli articoli, intorno al 25 novembre…

articoli

STALKING
Ho suddiviso in tre gruppi le immagini che più frequentemente accompagnano gli articoli dei giornali on line sui casi di stalking
Nel primo gruppo troviamo le immagini più utilizzate; in esse la donna non si accorge dello stalker e/o si trova generalmente sola, in luoghi bui o isolati

stalking_1Nel secondo gruppo, invece, la donna si volta e guarda lo stalker, adottando una buona strategia di autodifesa: mai far finta di non accorgersi di essere seguite e voltare le spalle!

stalking_2Il terzo gruppo è inquietante, perché chi guarda l’immagine è indotta/o ad identificarsi con lo sguardo dello stalker

stalking_3In tutti e tre i gruppi prevalgono immagini in cui lo stalker è uno sconosciuto – a volte perfino nascosto sotto un cappuccio!
Eppure, come nella maggior parte dei casi di violenza contro le donne, anche nello stalking l’attore è, generalmente, l’ex marito/fidanzato, o comunque una persona conosciuta.
Che bisogno, avrebbe, quindi, di nascondere la propria identità?
Come per il femminicidio, anche quando i media trattano di casi di stalking assistiamo ad una mistificazione che vittimizza ed indebolisce le donne.
In questo caso con l’ulteriore perversione di farci perfino identificare con lo sguardo dello stalker…

 

CROCEFISSIONE
In una cultura intrisa di cattolicesimo, non può mancare la rappresentazione vittimizzante per antonomasia… anche in opere artistiche di denuncia e nella vita virtuale! 

crocefissione

NELLE PUBBLICITÀ
La violenza è agita o ridicolizzata – mi limito, qui, volutamente a questi tre casi, perché l’uso mercificato del corpo femminile nelle pubblicità veicola in generale un immaginario oggettificante e, dunque, disumanizzante

pubblicità

SEMI DI POSTVITTIMISMO
Le mani che veicolano un messaggio contro la violenza maschile ci portano lentamente verso la devittimizzazione, ma non sono sufficienti

mani_reazioneIl ‘punctum’ delle immagini postvittimistiche è lo sguardo – uno sguardo di donna non più sfuggente né terrorizzato, ma (auto)determinato
[l’immagine in basso a sinistra è anch’essa di Isabel Lima]

sguardopunctumEd ecco come è possibile indirizzare agli uomini, con stili diversi fra loro, delle campagne antiviolenza senza vittimizzare le donne

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25 NOVEMBRE 2013: COME VOLEVASI DIMOSTRARE…

“Il mio obiettivo era quello di  utilizzare l’espediente della provocazione e del pugno nello stomaco per riflettere e dibattere su un argomento così delicato e importante che non era naturalmente mia intenzione banalizzare o ridurre a stereotipo”, afferma l’assessora alle Pari opportunità e al welfare della Regione Liguria nel suo comunicato stampa. Eppure non solo non ci vedo alcun “pugno nello stomaco” in questo manifesto…

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…ma mi permetto anche di aggiungere che la medesima immagine (che comunque non mi piace: ancora una volta si tratta di un pezzo di corpo e non di una donna intera) avrebbe potuto mandare ben altro messaggio:

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E non si tratta di una questione ideologica, visto che anche un’adolescente sa come trasformare in pratica il concetto che NO SIGNIFICA NO! – come mi ha gentilmente segnalato il blog I racconti della Gorgone e come tante donne hanno sperimentato nella vita:

Quattordicenne aggredita alla fermata dell’autobus, reagisce a ombrellate
La ragazzina, con la sua pronta reazione, è riuscita a mettere in fuga l’uomo. […]
Viene aggredita da un uomo ma riesce a metterlo in fuga prendendolo a ombrellate. È accaduto a martedì pomeriggio a Buccinasco. Protagonista dell’episodio, una ragazza di 14 anni. La studentessa era appena scesa alla fermata dell’autobus quando è stata avvicinata da un uomo. Lo sconosciuto le ha messo una mano sulla bocca per impedirle di gridare ma la ragazza ha subito reagito colpendolo con l’ombrello. L’aggressore è quindi fuggito. Secondo l’identikit fornito dalla studentessa sarebbe un italiano tra i 30 e i 40 anni, alto e con i capelli scuri e lunghi. […]
20 novembre 2013 (dal Corriere)

sangre-menstrualUN ESEMPIO DI POSTVITTIMISMO
“Visibilizzare le mestruazioni per visibilizzare il corpo come spazio politico”. La pratica di strada delle spagnole Sangre Menstrual non solo rompe con il millenario interdetto mestruale ma, al contempo, rovescia il dispositivo patriarcale che ha bisogno di demestruare (e, aggiungerei, depilare, deodorare, ecc.) il corpo femminile allo scopo di ipersessualizzarlo e possederlo – per poi magari massacrarlo – a proprio piacimento dopo averlo ridotto ad analogo di una bambola gonfiabile.

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Una strategia di resistenza contro gli aborti selettivi (e non solo); un articolo che nessun giornale italiano pubblicherà mai.

Mango trees to the rescue of Indian girls
Villagers in Dharhara in eastern India plant mango trees every time a daughter is born to secure financial future.
Kamal Kumar (31 Oct 2013)
Anil Singh planted 11 mango trees when he was blessed with a daughter more than two-years ago. He planted 10 more recently, keeping his daughter Anjali in mind.
In doing so, he was simply following a deep-rooted tradition of Dharhara village in the eastern Indian state of Bihar, where fruit-bearing trees are grown to secure the future of every female child.
The fruit and trees can be sold later, generating income and helping to pay for the girl’s education and marriage. “They are an insurance for a secured future,” boasts Singh.
It has been a noble practice with little parallel in a country where girls are less than safe. Female foeticide routinely snuffs out life even before birth. Those who live to grow often have to contend with life-long discrimination, marital abuse at home, and sexual harassment outside.
Fortunately though, Dharhara has not been afflicted by the same evils. Roads leading to the dusty village are bumpy and treacherous. It has possibly helped to keep the scourges away.
“The birth of a girl child is celebrated in my village,” says Sulakshana Kumari, a resident. “We sing songs when a child is born and plant mango trees. These trees are our family.”
So every time a girl is born in the village, a few mango trees are planted.
Two-and-a-half-year-old Anjali has now 21 trees standing tall – all securing her well-being. The fruit that the trees will bear will perhaps pay for her education. A few trees may be sold to organise her wedding, and in the distant future when she herself has children, some trees would come in handy to nurture them.
As the trees have grown, so has the fame of the village.

Twin purposes
Nitish Kumar, the chief minister of the province, has visited Dharhara for three consecutive years on the World Environment Day.
“The villagers of Dharhara have served two purposes by their novel practice – that of the environmental conservation and gender sensitivity,” he told the DNA newspaper.
More importantly, the village’s collective effort in planting trees is bearing fruit: Dharhara has a higher female-male ratio than the national average. It currently stands at 957 for every 1,000 males, compared to the country average of 940 per 1,000 males.
Even village elders can’t recollect a single act of violence against women or deaths due to dowry (a practice where the  bride’s family is expected to give money and gifts to the  groom) in the village in recent times.
Dharhara’s zero-crime record against women has won plaudits  from top police officials of the state.
Sekhar Kumar, the superintendent of police of Nabgachia police district, says he has not come across any incident of crimes  against women in the village during his tenure.
“The village of Darhara is very conscious about its social respect and reputation, and it can become a role model for rest of India,” he says.
Villagers say the tradition of planting mango trees started by their forefathers some 200 years ago has struck deep roots.
“Mango trees enjoy a prized place in the village as we take pride in our daughters,” says a villager.

Love for daughters
Agrees 23-year-old Minakshi, a villager who grew up with the tradition.
“I do not remember ever being shouted at by my parents. In fact I have received only love and affection from my family and also from everyone in the village.”
“Love is all we have for our daughter,” says her mother Neelam.
The word of Dharhara’s special love for daughters has spread, and Neelam one day found a new born girl child lying unattended under a mango tree.
The baby was deserted after her parents possibly felt that she would be better off in Dharhara.
Neelam adopted the child, now christened Anshu, and quickly planted 10 mango trees in line with the village tradition.
Over the years, the mango planting for girls has gained momentum and broken down even caste barriers. In large tracts of India, those deemed to have been born in lower castes are discriminated against and deprived of equal rights.
Dharhara, however, makes no such distinction.
“People from any caste and those with no land can also plant trees,” says Shrinandan Singh, a former village head.
“Everyone is free to plant trees where they find space, even by the road side.”
As more and more mango trees dot the village landscape, the girls of Dharhara are daring to dream.
Minakshi, the 23-year-old, is busy planning her future. She is getting married and her mother Neelam has just sold a mango tree that she inherited from her grandmother for about $800 to pay for her wedding.
Looking at the majestic mango trees, other villagers take solace that their daughter’s future are secured.
So how many trees have the villagers planted so far?
“We have lost count. It is something we have been doing for generations,” says the ex-village head Shrinandan Singh. Whatever be the numbers, there is little to doubt that mango trees have come to the rescue of girls in Dharhara village.

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Alcune suggestioni dal primo Simposio Internacional violencia de género, prostitución, turismo sexual y tráfico de personas, convocato a La Habana dal Centro Nacional de Educación Sexual (CENESEX)

Males históricos que sí podemos cambiar
Por Dalia Acosta y Lisandra Puentes (nov 29, 2013)

“Estudiar esta realidad y socializar los resultados es una manera de mostrar que estamos asumiendo la responsabilidad”, declaró la directora del Centro Nacional de Educación Sexual (CENESEX), Mariela Castro Espín, durante los debates del 1er. Simposio violencia de género, prostitución, turismo sexual y tráfico de personas.

Aunque se trata de una herencia cultural con capacidad de adaptación a los contextos histórico concretos, que según estudios de la Organización Mundial de la Salud ha alcanzado proporciones epidémicas, la sexóloga Mariela Castro Espín y la socióloga Clotilde Proveyer coincidieron en que fenómenos como la violencia de género pueden prevenirse y eliminarse si la sociedad se lo propone.

La certeza, expresada el 28 de noviembre por la Directora del CENESEX en las palabras de apertura del 1er Simposio Internacional “Violencia de Género, Prostitución, Turismo Sexual y Tráfico de Personas, fueron corroboradas por Proveyer durante su conferencia Violencia de género. Aproximación desde la realidad cubana.

Según una investigación realizada en 12 países de América Latina, citada por una de las pioneras en el estudio de esta problemática en Cuba, “la base de evidencia científica indica que  es posible prevenir la violencia contra la mujer. Mientras que mujeres de todos los entornos sufren violencia, la prevalencia varía ampliamente, lo cual indica que los altos niveles de violencia  no son una característica inevitable  de la sociedad humana”.

Por otro lado, sin olvidar sus contradicciones evidentes en la prevalencia de la violencia de género en el mundo actual, los espacios conquistados por las mujeres en las últimas décadas han impulsado transformaciones en las relaciones inter genéricas que han ido poniendo en crisis la legitimidad social de la “opresión de género”.

“Por supuesto que esa puesta en crisis de la legitimidad del dominio masculino  no es homogénea ni tiene las mismas expresiones en las distintas sociedades, porque sus manifestaciones dependen de los diferentes contextos y de sus especificidades”, aseguró la investigadora tras colocar el tema como un “reto universal” imposible de evadir.

La violencia de género, desde sus expresiones más sutiles hasta las más extremas, tiene como base la cultura patriarcal dominante en el mundo de hoy que tiende a perpetuar el poder masculino, coloca a las mujeres en una posición de subordinación y desvalorización respecto al hombre y naturaliza la violencia como mecanismo para fortalecer el patriarcado.

“La diferencia entre este tipo de violencia y otras formas de agresión y coerción estriba en que en este caso el factor de riesgo o de vulnerabilidad es haber nacido mujer”, afirmó Proveyer.

La salida

Para la investigadora, en el camino de la prevención y enfrentamiento resulta imprescindible “producir cambios culturales que lleven implícitas transformaciones en las diversas formas de pensar, sentir y actuar en relación con las relaciones de poder entre los géneros”. Estos cambios, añadió, deber contribuir “al desmontaje de la validez universal del androcentrismo con su carga hegemónica masculina”.

Pero para recorrer este camino, los países deberán avanzar en el reconocimiento del fenómeno, la realización de estudios de prevalencia que permitan su medición real y comparabilidad con otras realidades, la visibilidad en la legislación y personal capacitado para la aplicación de esas leyes y sistemas integrados que garanticen la atención a las víctimas y faciliten la salida del círculo de la violencia.

“Es esencial hacerle frente a los ‘factores socioculturales de aceptabilidad’ y, sobre todo, actuar con los niños, pues sabemos que los niños y las niñas que viven la violencia en su infancia recrean esos patrones más tarde. Por eso es esencial  actuar en la educación desde  edades tempranas, aseguró Proveyer.

Abierto el debate

La ponencia de Proveyer abrió el debate sobre esta problemática que, según estadísticas internacionales, puede afectar a 7 de cada 10 mujeres en el mundo a lo largo de su vida. Además de insistir en el papel de los medios de comunicación y la necesaria participación de amplios sectores sociales en el enfrentamiento, las intervenciones volvieron sobre el tema de las investigaciones, la necesidad de que las mujeres conozcan sus derechos y el reto de contar con un cuerpo legal que garantice un enfrentamiento efectivo.

Retomando uno de los temas clave levantados durante el debate, la directora del CENESEX retomó el tema de la urgencia de avanzar en la realización de estudios nacionales y garantizar la socialización de sus resultados. La condición de Cuba como país asediado, alertó Castro Espín, no debe conducir a un silenciamiento de estos temas. “Estudiar esta realidad y socializar los resultados es una manera de mostrar que estamos asumiendo la responsabilidad”, afirmó la Diputada a la Asamblea Nacional.

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