“KRISIS – Corpi, confino e conflitto”. Un libro per non farci cogliere di nuovo impreparate/i

Nel sito di Catartica Edizioni è possibile leggere la scheda e prenotare copie del testo KRISIS. Corpi, Confino e Conflitto. Si tratta di una pubblicazione collettiva a cui abbiamo partecipato anche io ed Elisabetta Teghil con un intervento ‘a quattro mani’ dal titolo «Riflessioni femministe sull’epidemia del nostro tempo: l’assoggettamento volontario».

Dalla quarta di copertina: Tutte le fragilità emerse nella primavera del 2020 intorno al Covid-19 necessitano di un’analisi critica.
Il disastroso collasso ecologico, il terrore dettato dal disciplinamento politico e mediatico, il conseguente distanziamento sociale, la dissoluzione del corpo collettivo di cui il lato medico-sociale è solo una delle tante peculiarità, fanno capire che quello che è avvenuto è molto di più di un’epidemia e determinerà irreversibilmente l’intero XXI secolo.
Questo libro, focalizzandosi sui corpi e il loro confino, non racconta solo il presente ma anche il futuro, le sue radici e i conflitti possibili
.

La pubblicazione è attualmente in stampa e sarà disponibile a partire dal 28 luglio. Per eventuali presentazioni potete scrivermi alla mail del sito o contattare l’editore.

Dedicato a chi immagina “un mondo di padroni benevoli”

Ringrazio di cuore Silvia Baraldini per avermi segnalato lo scritto di Caroline Randall Williams You Want a Confederate Monument? My Body Is a Confederate Monument. Una potente riflessione sulla consuetudine di stuprare le schiave negli Stati Uniti e sulla manipolazione della memoria storica, il cui incipit – «Ho la pelle color stupro» – toglie il respiro.

Leggendolo mi ritornava alla mente Amatissima di Toni Morrison, ma pensavo anche ai nostrani apologeti del colonialismo che ripetono all’infinito la menzogna degli “italiani brava gente” e che difendono la memoria di Indro Montanelli. Montanelli era andato in Africa, secondo le sue stesse parole, «non a cercar “colore”, ma a cercarvi una coscienza di uomo», e quella coscienza se l’è costruita – e l’ha costruita all’Italia intera – partecipando a stermini, “comprando” e stuprando una giovanissima colonizzata, guidando poi per decenni il gruppo dei negazionisti sull’uso di armi chimiche nella guerra d’Etiopia. Soltanto nel 1996, infatti, quel crimine di guerra sarebbe stato ammesso dal ministro della Difesa in risposta ad alcune interrogazioni parlamentari.

Rammento ai suddetti apologeti che Montanelli ringraziava Mussolini scrivendo «Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora» [*].

Abbattere le statue non è sufficiente se al contempo non si riscrive la storia!

A proposito: questa è un’immagine dello sgombero, avvenuto nella primavera del 2009, del residence Leonardo da Vinci di Bruzzano (nei pressi di Milano), occupato da profughi eritrei. Vi ricorda qualcosa?

___________________________________
[*] Su queste infami porcherie di Montanelli e sulla polemica con Del Boca sull’uso delle armi chimiche si vedano i libri di Angelo Del Boca Italiani, brava gente? (Neri Pozza Editore, 2005), in particolare le pagg 191, 197-198 e I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia (Editori Riuniti, 1996), pagg 28-48

Cannibalismo coloniale

Non c’è nessun su o giù nello spazio esteriore della terra, dunque il nord come “su” e il sud come “giù” sono definizioni puramente arbitrarie. La rappresentazione dell’Europa e dell’America che stanno in alto sulle carte geografiche e sui mappamondi, e che è universalmente familiare, è solo un espediente visuale per rafforzare l’idea che è giusto e appropriato che la gente bianca stia sopra, domini il mondo. Per ri-orientarvi, ruotate le carte geografiche e i mappamondi di 180 gradi. Amoja Three Rivers

L’altro giorno al supermercato volevo comprare gli agretti, gustosissimi e fondamentali per il loro apporto di minerali e vitamine.

Conoscevo da decenni il loro nome popolare: le ‘barbe di frate’.
Ma non ne conoscevo la versione coloniale e proprio in quella mi sono imbattuta: Erbette Negus!

Sorpresa e disgustata dall’ennesimo riscontro dell’italica incapacità di fare i conti coi nostri trascorsi coloniali, una volta tornata a casa ho cercato in rete se quel nome fosse diffuso.
Et voilà:
La Barba del Negus (o Agretti)
La Barba del Negus (Negus è un titolo nobiliare etiope corrispondente a quello di re) è le piantina giovane della Salsola soda e a seconda delle varie regioni d’Italia è detta anche  Barba dei Frati , Agretti, Lischi, ecc..

A questo segue perfino una ricetta per preparare la Barba del Negus in padella!

Negus neghesti (“re dei re”, ovvero imperatore) era il titolo di Haile Selassie – ostacolo numero uno del nascente impero italiano dell’Africa orientale. Contro di lui l’Italia combatté la guerra d’Etiopia, col suo portato di stupri, massacri, iprite, ecc.

Uno dei canti di quella guerra infame recitava:
E co’ la barba del Negus
faremo i spazolini
[sic!]
per lustrare le scarpe
a Benito Mussolini.

[da A.V. Savona-M.L. Straniero (a cura di), Canti dell’Italia fascista, Garzanti 1979]

Anche altre canzoni contro il Negus fecero da colonna sonora all’avanzata delle truppe genocide italiane in territorio etiopico e contribuirono al cristallizzarsi di un immaginario di conquista di cui le Erbette Negus non sono altro che la riproposizione cannibalica.

D’altra parte, sulla persistenza dell’immaginario coloniale nell’Italia repubblicana ci sarebbero da scrivere tomi e tomi. Ma basti un esempio per tutti: l’ancora ricorrentissimo utilizzo dell’espressione ambaradam (o ambaradan) per dire “grande confusione” – o, secondariamente, per indicare un oggetto o uno strumento.

In realtà amba/emba, nelle lingue dell’altopiano etiopico ed eritreo, indica le colline e le alture tipiche di quelle zone geografiche (generalmente a tronco di cono). L’Amba Aradam fu teatro di una sanguinosissima battaglia condotta e vinta dalle truppe del generale Badoglio nel febbraio del ’36, durante la guerra per la conquista dell’Etiopia, anche a colpi di iprite su militari e popolazione civile.

L’espressione ambaradam rievoca sarcasticamente la confusione che si creò tra le truppe ‘abissine’ e la popolazione civile nel tentativo di sottrarsi alle armi degli italiani e ai loro gas venefici. Una confusione che richiama quella rappresentata in una cartolina dell’epoca, molto nota, in cui l’Abissinia è ridotta a donne seducenti e disponibili e uomini che fuggono terrorizzati – cioè all’iperfemminilizzazione coloniale del nemico da sottomettere.

La consuetudine nell’uso di questa espressione nel linguaggio comune – anche da parte di compagni e compagne inconsapevoli dell’immaginario genocida che essa veicola – riflette la colonialità che ancora impregna di suprematismo e razzismo i nostri immaginari. E dice molto anche sul necessario lavoro che ancora occorre fare, ad un secolo di distanza, per rompere i silenzi complici sugli atroci trascorsi italiani nelle ‘terre d’oltremare’.

Aggiornamento dell’8 maggio – Una cara amica fiorentina, dopo aver letto questo post mi ha scritto: «Ciao Nic, al colonialismo gastronomico puoi aggiungere le “palle del Negus”, il nome del profiterol a Firenze… 
A quello casalingo le “lingue di menelicche”, a quello musicale decine e decine di canzoni, tra queste una su Menelicche e la regina Taitù in milanese…
»

Il capitalismo non è mai sostenibile!

La sostenibilità richiede la protezione di tutte le specie e di tutte le genti e il riconoscimento che specie differenti e genti differenti giocano un ruolo essenziale nel mantenimento degli ecosistemi e dei processi ecologici […]. Tanto più l’umanità continua sulla strada della non sostenibilità, quanto più diventa intollerante verso le altre specie e cieca verso il loro ruolo fondamentale per la nostra sopravvivenza. Vandana Shiva

Se nella ‘fase 1’ ci hanno ammorbate&blindate col pretesto della ‘nostra salute’, per la ‘fase (che) 2 (ovaie!)’ e successive il capitale-Hexenmeister ha già pronte le sue armi propagandistiche sulle magnifiche sorti e progressive per tutelare noi e il pianeta che abitiamo: le energie rinnovabili.

Nulla di nuovo, sia chiaro. Dalla ‘rivoluzione verde’ – che «non è stata né verde, né rivoluzionaria, bensì un piano per colonizzare i sistemi agricoli e alimentari dell’India, che ha provocato una grave crisi idrica» – al greenwashing non c’è soluzione di continuità.

Madre Terra, una delle “telalchemiche” di Salvatore Carbone

Il capitalismo sostenibile, ossimoro che nulla ha da invidiare alla ‘guerra umanitaria’, è l’inganno in cui continuano a cadere tanti ‘gretini’.

Perché il capitalismo si fonda sul mal(e)development – di cui ho scritto già brevemente, tempo fa – «ovvero uno sviluppo privo del principio femminile, conservativo, ecologico», «ridotto ad una continuazione del processo di colonizzazione». Uno sviluppo fondato su «categorie patriarcali che interpretano la distruzione come “produzione” e la rigenerazione della vita come “passività”» (*).

Soltanto il femminismo radicale e anticapitalista/materialista è capace, secondo me, di uno sguardo bifocale e postvittimista che comprenda gli stretti nessi tra violenza contro le donne e violenza contro la terra, per opporsi con determinazione allo stato di cose presente e ai suoi sviluppi devastanti.

Per cominciare a trasformare la ‘fase 2’ in ‘fase 2 occhi che finalmente si liberano dalle fette di salame’, consiglio la visione di Planet of the Humans (ringrazio la cara Miky ‘de Belfast’, che me l’ha segnalato).

(*) Vandana Shiva, Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, 1993 [poi ripubblicato da Utet, nel 2004, col titolo Terra madre. Sopravvivere allo sviluppo]

Adesso basta!

Il tempo della reclusione “volontaria” avanza e si dilata a dismisura.

Quella che era stata spacciata per prevenzione si rivela essere, sempre più chiaramente, una tecnica di addomesticamento.
La prima, infatti, mette immediatamente in campo tutte le misure realmente efficaci, quindi necessarie, per anticipare ed evitare il diffondersi delle patologie; l’addomesticamento, invece, presuppone la gradualità dell’addestramento, fino ad ottenere la totale obbedienza e sottomissione.

Ci hanno infantilizzate/i in base ad un concetto distorto che vede i bambini non come esseri dotati di propria autonomia ma come figli su cui esercitare la propria autorità e ci hanno ammorbate/i con continui consigli su come trascorrere il nostro tempo blindato – cosa leggere, come scopare, cosa cucinare, come vestirsi, quanto dormire, cosa cantare e a che ora, come e quando lavarsi le mani, …
Hanno dispiegato apparati di controllo e repressione costosissimi – polizie, eserciti, droni, elicotteri, guardie costiere, telecamere, e varie altre amenità – contro chi “si permette” di fare un po’ di movimento all’aperto, di portare il proprio figlio a prendere un po’ d’aria, di salutare un’amica, di comprarsi una matita, di fermarsi per strada ad annusare un fiore, di guardare un tramonto, di commemorare le partigiane e i partigiani (ormai diventato un reato di “resistenza”) e perfino di sudare!
Hanno sollecitato la pratica infame della delazione ripescandola dal ventennio fascista e ora arrivano, con una rinnovata polizia dell’anima, a cercare di violare definitivamente la nostra intimità invadendo la nostra sfera relazionale e stabilendo chi potremo vedere e chi no nella pagliacciata che chiamano “fase 2″ – e che in realtà dovremmo chiamare “fase che 2 ovaie!” (grazie, Giò, per questo geniale detournement!).

Ed ecco riemergere il clerico-fascismo “mai morto” (proprio come suona il motto della X Mas!) che (im)pone al centro delle nostre vite ‘a famigghia: ci dicono che potremo vedere i parenti – se pure con misura e senza riunioni familiari. Ma guai se ci si incontra con chi pare a noi!

Adesso basta!

Nessuno riuscirà mai a disciplinarmi né ad immiserirmi in questa logica familista, di cui si nutre anche lo ius sanguinis!

Io voglio vedere le mie amiche, le mie compagne di vita, e le vedrò (una l’ho già riabbracciata, tiè!).

I miei genitori sono morti da decenni, grazie a questa “civiltà” cancerogena, e dei legami di parentela rimasti ne faccio volentieri a meno.

C’è, per me, una differenza fondamentale tra la parentela – che è casuale – e le relazioni che, invece, mi sono scelta e mi hanno nutrita negli anni, come c’è un abisso tra la vera sorella e la sorella vera.

Quando, nel 2016, ho attraversato l’esperienza del cancro e mi avevano pronosticato pochi mesi di vita, accanto a me ho voluto le mie compagne di vita e le mie relazioni autentiche. Non i parenti.
La forza di queste relazioni è stato uno degli elementi della mia guarigione – “guarigione miracolosa”, a detta dei medici.

A differenza dei preti, non credo nei miracoli ma nella forza dell’autodeterminazione, di quel grande dono che il movimento delle donne mi ha fatto quando ero adolescente!

Quella stessa autodeterminazione, che di fronte ad una prognosi infausta ha guidato le mie scelte terapeutiche, alimentari, lavorative, esistenziali e relazionali, oggi è più forte che mai.

Non mi sono fatta sovradeterminare dalla paura del cancro, non vedo perché dovrei farmi sovradeterminare da quella del covid, che cercano in tutti i modi di instillarci.

In Italia il cancro è la seconda causa di morte. Non lo dico io, ma le statistiche.
Quali governanti si sono mai preoccupati di rendere questa società meno cancerogena?
Nessuno. Perché la scelta è sempre tra il profitto e la vita altrui dal punto di vista del capitale, e tra il pane e la propria vita – intesa come qualità della vita e non come mera sopravvivenza – dal punto di vista del lavoro.

Nel 1976 abitavo accanto a Seveso e, come me, decine di migliaia di persone. Andassero a vedere l’incidenza del cancro in chi abitava o ancora abita quelle zone, lor signori che oggi pretendono “in nome dalla scienza” di decidere al posto nostro cosa sia “salutare” e cosa no.
E a cosa è servita la “direttiva Seveso”? La riposta è a Taranto, nella “terra dei fuochi”, a Carrara e in numerose altre zone di questo paese, così come in questo intero pianeta spolpato dai predatori – come direbbe Toni Morrison – e da quegli stessi predatori avvelenato.

La mia laica pietas non può essere solo nei confronti dei morti per covid-19, per altro causati in gran parte dall’inettitudine, dagli intrallazzi e dalle politiche dei vari governi locali e nazionali – si veda il caso dello sterminio di anziani nelle Rsa.

La mia laica pietas ha urlato davanti all’impossibilità di abbracciare per l’ultima volta un caro amico in fin di vita – non per covid, perché si continua a morire anche per altre ragioni sia chiaro!
Mai come davanti alla sua morte ho sentito il peso di questa reclusione forzata che diventa lontananza straziante dagli affetti e dalla condivisione anche del dolore e del lutto, che sono la cifra dell’umano.

Allora si fottano lor signori col loro linguaggio bellico di fronte alle malattie.
Per me nemmeno il cancro è stato un nemico da combattere, ma un modo in cui il mio corpo chiedeva di essere ascoltato e, al contempo, indicava i veri nemici nei predatori e negli avvelenatori della terra.

E si fottano ancor più, lor signori, con le loro direttive e con l’insopportabile ed ipocrita arroganza di stabilire per me quale sia “il mio bene”.

Il mio bene è autogestire la mia salute. Il mio bene è tornare ad abbracciare le mie amiche, a condividere con le mie compagne di vita. Il mio bene è annusare il profumo della primavera e contemplare le montagne. Il mio bene è continuare a lottare contro l’ingiustizia sociale. Il mio bene è nella mia etica e nelle mie relazioni.

Sono femminista. Mettetevelo bene in testa: la vita è mia e me la gestisco io!

Dedichiamo il 25 aprile femminista alla partigiana Alma “Maria” Vivoda!

Alma “Maria” Vivoda è ritenuta la prima partigiana caduta. Aveva 32 anni e sulla sua testa di ribelle irriducibile pendeva una taglia di 10mila lire.

Femminista e internazionalista, fu uccisa in un’imboscata il pomeriggio del 28 giugno 1943 (quindi prima dell’8 settembre!) dal carabiniere Antonio Di Lauro mentre andava con un’altra compagna, Pierina Chinchio, all’appuntamento con Ondina Peteani – staffetta partigiana della “Brigata Proletaria”, composta da centinaia di operai dei cantieri di Monfalcone.

Racconta la stessa Pierina Chinchio:
«Alma ed io salivamo per la via Pindemonte. Incontrammo un milite della Polizia Ferroviaria, voltammo il viso per non essere riconosciute. Scorgemmo allora, tra i cespugli, un carabiniere a noi ben noto, di servizio a Muggia. Tutto accadde repentinamente. Il carabiniere cominciò a sparare, per fermarci. Alma estrasse una pistola e una bomba a mano, forse per dare anche a me un’arma per difenderci. Il carabiniere continuò a sparare all’impazzata e colpì Alma alla tempia. Io ero a terra, insanguinata. Egli mi affrontò (forse per eliminare l’unico testimone). Gli gridai se fosse impazzito. Intervenne il milite della Polizia Ferroviaria; il carabiniere gli ordinò di tenermi sotto tiro. Arrivò la Croce Rossa. Ritrovai Alma all’ospedale. Fino all’ultimo le restai vicina, tenendole la mano».

All’indomani del suo efferato omicidio un battaglione autonomo internazionale della 14ma Brigata “Garibaldi Trieste” – operativo in Istria e composto anche dalle compagne di lotta di “Maria” – prese il suo nome diventando la Brigata “Alma Vivoda”.

Alma non ha ricevuto alcun riconoscimento alla memoria (se non un piccolo monumento posto nel luogo in cui è stata uccisa) mentre invece nel 1958 l’Italia repubblicana insignì della medaglia di bronzo al valore militare per l’omicidio di Alma il carabiniere Di Lauro, con queste motivazioni:
«DI LAURO Antonio […] classe 1920, carabiniere, legione carabinieri di Trieste. Con prontezza di spirito e repida [sic] decisione non disgiunta da coraggio, reagiva a reiterata azione di fuoco da parte di un pericoloso ricercato riuscendo ad ucciderlo ed a catturare, dopo averlo ferito, altro delinquente. Trieste, 28 giugno 1943».

“Pericoloso ricercato”: Alma è stata uccisa due volte, come partigiana e come donna, dal fascismo e dall’Italia repubblicana.

Ricordare “Maria” con spirito ribelle in questo 25 aprile che vorrebbero blindato e imbavagliato è fondamentale.

Altro che cantare dalle finestre l’inflazionata e accomodante “Bella ciao”!

Voci di donne fuori dal coro

Segnalo tre stimolanti prospettive femministe (e postvittimiste!) proposte, tradotte e commentate da M. Teresa Messidoro, al di là del vociare molesto e assordante del mainstream, col suo continuo sciorinare dati – per altro inaffidabili – pur di tenere tutte e tutti incollati allo schermo e scollegati dalla propria autonomia di ragionamento.

Maria Galindo: Il marciapiede di fronte, disubbidienza, per colpa tua sopravviverò; Olka Oliva Corado: Pandemia di cinismo; Iniciativa Mesoamericanas de Defensoras: COVID-19: Ante la crisis, urge frenar el autoritarismo y defender la vida, el cuidado, los derechos y la dignidad humana. Potete leggerne le traduzioni qui.

Argentina, Día de la Memoria 2020 – Immagine tratta da «Resumen latinoamericano»

Lo Hexenmeister e il Covid-19

Due semplici domande, tra loro collegate:
che c’entra l’inquinamento con il Covid-19?
(di conseguenza) che c’entra il capitalismo con la diffusione dei virus?

La risposta alla prima domanda è ben spiegata da due ricercatrici in un’intervista che vi invito ad ascoltare e diffondere.

Per quanto riguarda la seconda domanda consiglio la lettura dell’Introduzione che Luciano Parinetto scrisse, nel 1997, al mio L’utopia nel corpo. Le immagini marxiane del capitale come Hexenmeister e del suo mondo «in balia degli stessi malefizi che ha provocato» non solo danno spiegazione degli effetti della devastazione e del saccheggio planetari, ma rendono chiaro come le soluzioni che il capitale e i suoi servi prospettano per questa ‘emergenza sanitaria’ portino verso un ulteriore assoggettamento alle logiche mortifere del profitto.

Logiche fondate sul breve, brevissimo termine – i maggiori profitti nel minor tempo possibile – e che volutamente prescindono dagli effetti devastanti che veicolano su tempi lunghi.

Quante volte di fronte ai disastri ambientali e umani abbiamo sentito dire che gli effetti reali si sarebbero visti a distanza di decenni?

Non dimentichiamoci mai che questo mondo lo abbiamo preso in prestito dalle generazioni future!

Tal’at!

Riprendo da NenaNews questo interessante articolo di Hala Marshood e Riya Alsanah, che mostra come ormai non funzioni più la narrazione furbetta del posporre la liberazione delle donne alla liberazione di un popolo.

Tal’at: un movimento femminista che reimmagina la Palestina

La frase “Non esiste una patria libera senza donne libere” ha riecheggiato nelle comunità palestinesi lo scorso settembre quando migliaia di donne sono scese in strada in dodici villaggi, paesi e città del mondo in quello che è stato il lancio di Tal’at, un movimento femminista palestinese. Tal’at significa uscire fuori in arabo.

Con la scelta delle strade come luogo di lotta, le marciatrici hanno alzato la voce contro la violenza di genere in tutte le sue manifestazioni: femminicidio, violenza domestica, sessismo incorporato e sfruttamento, affermando che il sentiero verso la vera liberazione deve includere l’emancipazione di ogni palestinese, incluse le donne.

È stata la prima volta che nella storia recente le palestinesi hanno agito sotto una bandiera apertamente politica e femminista. Si è riusciti a mobilitare le palestinesi nella loro geografia frammentata.Il catalizzatore è stato l’uccisione di Israa Ghrayeb, una ventunenne palestinese di Betlemme. Israa è stata picchiata brutalmente dai membri della sua famiglia nell’agosto 2019. L’hanno seguita all’ospedale dove le hanno inflitto ulteriori ferite che, a causa dell’abuso fisico ininterrotto, le sono state fatali. Le grida di aiuto di Israa all’ospedale sono state documentate dallo staff medico e condivise sui social media. Nessuno è andato a salvarla, apparentemente neanche la persona che ha documentato le sue grida di aiuto è intervenuto.
Ciò che è successo poi ha evidenziato ulteriormente la brutalità assoluta dell’omicidio di Israa. La diretta complicità istituzionale dell’ospedale è andata a sommarsi al silenzio sociale della famiglia che ha diffuso voci d’accusa. Sostenevano che Israa fosse “posseduta” e dichiaravano che avesse problemi di salute mentale – come se ciò giustificasse le loro azioni.

Israa è una delle trentanove donne palestinesi uccise nel 2019 secondo i nostri dati. Dall’inizio del 2020, Shadia Abu Sreihan, trentacinquenne del Naqab (Negev) e Safa Shikshek, venticinquenne di Gaza, non sono più con noi a causa di femminicidi.
Sentendone l’esigenza, due settimane dopo l’omicidio di Israa, un piccolo gruppo di donne palestinesi ha emesso una chiamata alla protesta, spingendo le donne a scendere in strada, alzare la voce e agire: “Questa è una manifestazione per Israa e per le 28 donne che abbiamo perso dall’inizio dell’anno, e per coloro i cui corpi e le cui anime affrontano violenze quotidiane”.
“Il nostro messaggio: la sicurezza e la dignità delle palestinesi non è una questione che riguarda solo le donne, ma deve essere alla base della nostra politica emancipatoria nei discorsi e nell’agire, perché non esiste una patria libera senza donne libere”.

Perché le palestinesi sentono l’urgenza di organizzarsi sotto una bandiera esplicitamente emancipatoria femminista? Qual è il discorso femminista che Tal’at incarna? Scriviamo nel tentativo di porre alcuni di questi interrogativi.
Sfidando gli stereotipi razzisti e orientalisti, le donne del Medio Oriente e del Nord Africa sono in prima linea nella lotta per la costruzione di una società più giusta ed equa. Mentre scriviamo le donne occupano piazze e marciano per le strade di un Iraq dilaniato dalla guerra, determinate a giocare un ruolo attivo nel dare forma al loro futuro. In Libano, le donne non hanno abbandonato le strade, sfasciano banche, si agitano per i diritti dei rifugiati siriani e palestinesi e danno una lezione in tempo reale per quanto riguarda la pratica del femminismo rivoluzionario.

Le femministe di tutto il mondo incarnano e articolano un femminismo che vede l’oppressione come qualcosa di sistematico e radicato strutturalmente nel capitalismo, che si interseca con la razza, la sessualità, il colonialismo e l’ambientalismo. In breve, un femminismo che va oltre le rivendicazioni di genere individuali, spingendoci a combattere per un mondo più giusto ed equo per tutti.
Tal’at è parte di questa tradizione femminista rivoluzionaria. L’esperienza di vita di più di sette decenni di violenza coloniale israeliana ha dato forma al nostro movimento. In quanto popolo, siamo privati dei nostri diritti e bisogni di base mentre si paralizzano il nostro sviluppo collettivo e la nostra resistenza. Questa realtà ci costringe ad analizzare esperienze di violenza – nelle sue varie forme – come una questione sociale e politica che deve essere affrontata alla radice e collettivamente, in quanto società.

Oltre a porre una minaccia diretta alla vita e alla riproduzione sociale, per rafforzare ulteriormente il suo controllo, Israele ha lavorato strategicamente per colpire e frammentare i palestinesi dal punto di vista sociale, politico ed economico. La privazione dell’agire collettivo delle comunità palestinesi si accompagna al consolidamento delle strutture parentali patriarcali. Ciò si acuisce in particolare nel caso dei palestinesi in Israele dove si sviluppano relazioni beneficiarie tra il governo di Israele e i capi delle famiglie estese, o gli sceicchi.

Tra i benefici, lo Stato concede a questi uomini l’autorità di gestire quelle che sono considerate questioni “intracomunitarie”. Così, per esempio, la polizia israeliana ha riconsegnato donne in fuga che si sospetta subiscano abusi dai loro parenti e coniugi, le stesse persone da cui scappavano.
Questa non è una richiesta di riforma istituzionale, ma di approfondimento della nostra comprensione della relazione intrecciata tra la colonizzazione e le manifestazioni di oppressione sociale. Inoltre, la polizia, come sanno le donne di tutto il mondo, non è né nostra protettrice né alleata; figurarsi quando diventa parte di una struttura coloniale che include i palestinesi come soggetti che devono essere sorvegliati e controllati; che sia la polizia israeliana o la polizia dell’Autorità Palestinese addestrata dagli americani, con un ruolo essenziale nel controllare i palestinesi nell’interesse del nostro colonizzatore.
Una realtà che non può essere esclusa da questa matrice di oppressione è la paralisi sistematica dello sviluppo economico palestinese e la trasformazione dei palestinesi, incluse le donne, in una forza lavoro economica e sfruttabile.
Tutto ciò culmina in un sistema di violenza a più strati dove le relazioni di potere nelle forme sociali, economiche e di genere sono intensificate e riprodotte, con un impatto diretto sulle formazioni sociali intracomunitarie.

Nella sua chiamata iniziale, Tal’at ha chiesto di cogliere l’opportunità di costruire la solidarietà femminista deframmentata palestinese. Nel fare ciò, Tal’at spinge attivamente contro la corrente di frammentazione sociale, politica e geografica che travolge il paesaggio palestinese, accelerata dal processo di costruzione di uno Stato neoliberista cementato dagli accordi di Oslo del 1993.
Oslo ha limitato la lotta di liberazione palestinese attorno a un’idea burocratica di stato e a diritti frammentati mentre incideva uno spazio tra lotte sociali e politiche, limitando inoltre la nostra abilità di articolare una visione più ampia della liberazione collettiva.

Il movimento politico palestinese – nelle sue rappresentazioni multiple – continua a giocare un ruolo attivo nell’estromettere e minimizzare l’emancipazione delle donne come una questione che riguarda solo le donne che dovrebbe essere articolata sulla base dei diritti individuali neoliberisti e all’interno dei confini delle organizzazioni no-profit delle donne. La sicurezza e la dignità delle donne vengono presentate come una battaglia secondaria che dovrebbe essere posposta alla liberazione “geografica”.

Tal’at si è sviluppato per cambiare questa realtà forzando le politiche emancipatorie in programma, affermando che la nostra lotta di liberazione deve essere basata sul centrare le esperienze di coloro che sono emarginati socialmente, politicamente ed economicamente e praticando una solidarietà attiva con tutti quelli che subiscono le barbarie del sistema corrente.
Aspiriamo alla costruzione di un mondo diverso, perché la nostra emancipazione dipende dalla distruzione del capitalismo, del colonialismo e del patriarcato.

Dunque, Tal’at non dà la priorità al formulare richieste istituzionali, né da parte dell’Autorità Palestinese e sicuramente non da parte dello Stato israeliano; la nostra lotta è interna alla Palestina per la costruzione del tessuto sociale e politico, con l’avvio di un processo di guarigione collettiva radicale, che caratterizza la nostra lotta di liberazione, nel discorso e nella pratica.

Tal’at segna una nuova era per il femminismo palestinese, dove un movimento con radici indipendenti sta provando a forzare un discorso femminista rivoluzionario nell’agenda politica, ridefinendo la nostra battaglia di liberazione nazionale, come una che incarni il tipo di società che vogliamo costruire.
Quello che il futuro ci riserva è incerto, ma sappiamo che mettere insieme le donne palestinesi in un unico movimento, in uno spazio di attivismo politico-femminista decentralizzato ma anche deframmentato, crea le condizioni per la crescita e la solidarietà.