Dedicato a chi immagina “un mondo di padroni benevoli”

Ringrazio di cuore Silvia Baraldini per avermi segnalato lo scritto di Caroline Randall Williams You Want a Confederate Monument? My Body Is a Confederate Monument. Una potente riflessione sulla consuetudine di stuprare le schiave negli Stati Uniti e sulla manipolazione della memoria storica, il cui incipit – «Ho la pelle color stupro» – toglie il respiro.

Leggendolo mi ritornava alla mente Amatissima di Toni Morrison, ma pensavo anche ai nostrani apologeti del colonialismo che ripetono all’infinito la menzogna degli “italiani brava gente” e che difendono la memoria di Indro Montanelli. Montanelli era andato in Africa, secondo le sue stesse parole, «non a cercar “colore”, ma a cercarvi una coscienza di uomo», e quella coscienza se l’è costruita – e l’ha costruita all’Italia intera – partecipando a stermini, “comprando” e stuprando una giovanissima colonizzata, guidando poi per decenni il gruppo dei negazionisti sull’uso di armi chimiche nella guerra d’Etiopia. Soltanto nel 1996, infatti, quel crimine di guerra sarebbe stato ammesso dal ministro della Difesa in risposta ad alcune interrogazioni parlamentari.

Rammento ai suddetti apologeti che Montanelli ringraziava Mussolini scrivendo «Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora» [*].

Abbattere le statue non è sufficiente se al contempo non si riscrive la storia!

A proposito: questa è un’immagine dello sgombero, avvenuto nella primavera del 2009, del residence Leonardo da Vinci di Bruzzano (nei pressi di Milano), occupato da profughi eritrei. Vi ricorda qualcosa?

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[*] Su queste infami porcherie di Montanelli e sulla polemica con Del Boca sull’uso delle armi chimiche si vedano i libri di Angelo Del Boca Italiani, brava gente? (Neri Pozza Editore, 2005), in particolare le pagg 191, 197-198 e I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia (Editori Riuniti, 1996), pagg 28-48

Cannibalismo coloniale

Non c’è nessun su o giù nello spazio esteriore della terra, dunque il nord come “su” e il sud come “giù” sono definizioni puramente arbitrarie. La rappresentazione dell’Europa e dell’America che stanno in alto sulle carte geografiche e sui mappamondi, e che è universalmente familiare, è solo un espediente visuale per rafforzare l’idea che è giusto e appropriato che la gente bianca stia sopra, domini il mondo. Per ri-orientarvi, ruotate le carte geografiche e i mappamondi di 180 gradi. Amoja Three Rivers

L’altro giorno al supermercato volevo comprare gli agretti, gustosissimi e fondamentali per il loro apporto di minerali e vitamine.

Conoscevo da decenni il loro nome popolare: le ‘barbe di frate’.
Ma non ne conoscevo la versione coloniale e proprio in quella mi sono imbattuta: Erbette Negus!

Sorpresa e disgustata dall’ennesimo riscontro dell’italica incapacità di fare i conti coi nostri trascorsi coloniali, una volta tornata a casa ho cercato in rete se quel nome fosse diffuso.
Et voilà:
La Barba del Negus (o Agretti)
La Barba del Negus (Negus è un titolo nobiliare etiope corrispondente a quello di re) è le piantina giovane della Salsola soda e a seconda delle varie regioni d’Italia è detta anche  Barba dei Frati , Agretti, Lischi, ecc..

A questo segue perfino una ricetta per preparare la Barba del Negus in padella!

Negus neghesti (“re dei re”, ovvero imperatore) era il titolo di Haile Selassie – ostacolo numero uno del nascente impero italiano dell’Africa orientale. Contro di lui l’Italia combatté la guerra d’Etiopia, col suo portato di stupri, massacri, iprite, ecc.

Uno dei canti di quella guerra infame recitava:
E co’ la barba del Negus
faremo i spazolini
[sic!]
per lustrare le scarpe
a Benito Mussolini.

[da A.V. Savona-M.L. Straniero (a cura di), Canti dell’Italia fascista, Garzanti 1979]

Anche altre canzoni contro il Negus fecero da colonna sonora all’avanzata delle truppe genocide italiane in territorio etiopico e contribuirono al cristallizzarsi di un immaginario di conquista di cui le Erbette Negus non sono altro che la riproposizione cannibalica.

D’altra parte, sulla persistenza dell’immaginario coloniale nell’Italia repubblicana ci sarebbero da scrivere tomi e tomi. Ma basti un esempio per tutti: l’ancora ricorrentissimo utilizzo dell’espressione ambaradam (o ambaradan) per dire “grande confusione” – o, secondariamente, per indicare un oggetto o uno strumento.

In realtà amba/emba, nelle lingue dell’altopiano etiopico ed eritreo, indica le colline e le alture tipiche di quelle zone geografiche (generalmente a tronco di cono). L’Amba Aradam fu teatro di una sanguinosissima battaglia condotta e vinta dalle truppe del generale Badoglio nel febbraio del ’36, durante la guerra per la conquista dell’Etiopia, anche a colpi di iprite su militari e popolazione civile.

L’espressione ambaradam rievoca sarcasticamente la confusione che si creò tra le truppe ‘abissine’ e la popolazione civile nel tentativo di sottrarsi alle armi degli italiani e ai loro gas venefici. Una confusione che richiama quella rappresentata in una cartolina dell’epoca, molto nota, in cui l’Abissinia è ridotta a donne seducenti e disponibili e uomini che fuggono terrorizzati – cioè all’iperfemminilizzazione coloniale del nemico da sottomettere.

La consuetudine nell’uso di questa espressione nel linguaggio comune – anche da parte di compagni e compagne inconsapevoli dell’immaginario genocida che essa veicola – riflette la colonialità che ancora impregna di suprematismo e razzismo i nostri immaginari. E dice molto anche sul necessario lavoro che ancora occorre fare, ad un secolo di distanza, per rompere i silenzi complici sugli atroci trascorsi italiani nelle ‘terre d’oltremare’.

Aggiornamento dell’8 maggio – Una cara amica fiorentina, dopo aver letto questo post mi ha scritto: «Ciao Nic, al colonialismo gastronomico puoi aggiungere le “palle del Negus”, il nome del profiterol a Firenze… 
A quello casalingo le “lingue di menelicche”, a quello musicale decine e decine di canzoni, tra queste una su Menelicche e la regina Taitù in milanese…
»

Cartoline da un paese incetriolato

Sono stufa, nauseata, schifata. Come tante altre e tanti altri in questo momento, sicuramente.

Stufa di chi esulta per la ‘fine’ (??) del Grande Cetriolo* II – che beveva ostentati mojito sulla spiaggia mentre donne, uomini e bambini emigranti pativano in mare – dimenticandosi dell’eredità dei razzisti ed autoritari ‘decreti sicurezza’ che ci ha lasciato anche grazie a una cricca di complici che oggi fan finta di defilarsi. E dimenticandosi anche di chi, da Napolitano a Minniti , a quei decreti ha preparato il tappeto rosso negli scorsi due decenni.

Sono nauseata da quella massa putrescente all’eterna ricerca dell’uomo forte che la faccia sentire viva (anche solo con un selfie):

Di colassù i berci, i grugniti, lo strabuzzar d’occhi e le levate di ceffo d’una tracotanza priapesca: dopo la esibizione del dittatorio mento e del ventre, dopo lo sporgimento di quel suo prolassato e incinturato ventrone, dopo il dondolamento, in sui tacchi, e ginocchi, di quel culone suo goffo e inappetibile a chicchessia, ecco ecco ecco eja eja eja il glorioso, il virile manustupro: e la consecutiva maschia polluzione alla facciazza del “poppolo”. E da basso e per tutto tutti i grulli e le grullacce fanatizzate della Italia a gargarizzarsene, a risciacquarsene l’anima, di quel bel colluttorio: che il Gran Cacchio, tumescente in tacchinesca lubido, aveva ejaculato su quell’ultimo podio, o balco, o arengario, dell’ultima erezione sua. Eretto nello spasmo su zoccoli tripli, il somaro dalle gambe a roncola aveva gittato a Pennino e ad Alpe il suo raglio. Ed Alpe e Pennino echeggiarlo, hì-hà, hì-hà, riecheggiarlo infinitamente, ejà-ejà, ejà-ejà, per infinito cammino de le valli (e foscoliane convalli). C. E. Gadda

Sono schifata dal crescente branco di stolidi la cui tracotante ignoranza è sintetizzabile nel continuare a cantare la marcetta militare Faccetta nera, senza nemmeno sapere che lo stesso Grande Cetriolo* I – di cui sono ferventi nostalgici – ne vietò la riproduzione all’indomani della dichiarazione dell’impero, nel ’36.

Sono stufa, nauseata, schifata dagli ignavi che guardano al proprio misero orticello come fosse l’ombelico del mondo e si preoccupano solo di riuscire a galleggiare nella merda. Ignavi dagli occhi incetriolati!

La recente, eclatante, scoperta di un missile aria-aria in possesso del trafficante d’armi Fabio Del Bergiolo e di due suoi degni compari ha coperto un dato di fatto molto più significativo: il fascismo non si sta semplicemente riorganizzando, ma si sta armando! Non è un caso che nel varesotto, nota zona di neonazisti, ci fossero armi e munizioni a volontà e altre ne sono state trovate nella casa del suddetto in provincia di Massa – altra zona ad alto tasso di fascisti dove, non più di un paio di anni fa, è stata scoperta un’intera cassa di armi sepolta nei boschi.

L’altro giorno, ad uno dei tanti cortei contro il tour estivo salviniano, con un compagno si parlava di come oggi non possa non esserci chiaro che in epoca nazifascista le popolazioni sapessero delle deportazioni e degli stermini messi in atto dal regime nazista e da quello fascista.

Oggi, come allora, lo stesso silenzio complice di fronte allo sterminio dell’etica e al trionfo del disumano.

E ancora oggi «il fascismo non è un fenomeno a sé, avulso dall’insieme delle altre ingiustizie sociali, ma una diretta conseguenza ed emanazione di queste», come scriveva Luigi Fabbri nel 1921…

Saluti da Cetriolandia!

* il riferimento è, ovviamente, al Grande Cetriolo di Gadda e non al Grande Cocomero dei Peanuts!

Toni Morrison: il dono della parola

Sta circolando in queste ore la notizia della morte di Toni Morrison, donna e scrittrice da me amatissima.

Per ricordarne lo spessore etico, umano e letterario, preferisco lasciare la parola direttamente a lei e alla sua amica di lunga data, Angela Davis.

Segnalo, quindi, un significativo ‘montaggio’ di interviste fatte a distanza e vi invito a prendere visione di questo loro incontro/confronto alla Public Library di New York.

Niente da aggiungere

Sullo stupro di Viterbo e sui suoi autori, Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci, c’è ben poco da aggiungere rispetto a ciò che da dieci anni vado ripetendo a proposito della mia ricerca Difendere la ‘razza’, come è evidente nei primi 4.24 minuti di questo video.

Chi volesse vedere l’intera presentazione per immagini può andare a questi link:

Cosa si nasconde dietro il “ritorno volontario”

Ho ricevuto da Londra la traduzione di un testo di All African Women’s Group, che sta circolando in forma di appello. Lo pubblico volentieri, per mostrare la tossicità tanto della categoria di “ritorno volontario”, quanto delle narrazioni di ong sedicenti “femministe” che sono, in realtà, complici delle politiche statuali repressive e di controllo. D’altra parte, quando si elemosinano allo Stato rappresentanza e leggi diventa facile scivolare nel collaborazionismo…

Chi mi ha inviato la traduzione specifica: «L’”ambiente ostile” contro gli immigrati è la politica lanciata da Teresa May quando era ancora Ministro degli Interni. Il risultato più scandaloso di questa politica è quello del Windrush, dal nome della nave che nel 1948 portò il primo gran numero di immigrati dalle Antille nel Regno Unito, invitati ad aiutare a ricostruire il paese dalle macerie della guerra e a lavorare negli ospedali e nei trasporti. I loro discendenti, a migliaia, sono stati considerati immigrati illegali dal Ministero degli Interni. Molti hanno perso il lavoro, la casa, l’accesso ai servizi sanitari, non potevano più visitare il paese d’origine neanche per un funerale e ritornare nel Regno Unito. Altri sono stati deportati illegalmente e sono morti».

BASTA CON LE DETENZIONI E LE DEPORTAZIONI. I RITORNI ‘VOLONTARI’ NON ESISTONO
 
La nostra cara sorella Erioth Mwesigwa è stata deportata senza preavviso nell’aprile dell’anno scorso dopo oltre 25 anni nel Regno Unito.  L’hanno presa mentre firmava [nell’ufficio immigrati. N.d.T], portata dritta all’aeroporto e messa su un volo, tutto nel giro di poche ore.  Trasformiamo questo in un segnale di sveglia perché, quando il nemico colpisce, ci si tira su e si lotta più duro.
 
Il Ministero degli Interni sta accelerando le deportazioni e ha cambiato la sua politica per rendersele più facili.  Per  esempio la signora Mwesigwa aveva ricevuto una lettera che diceva che l’avrebbero deportata senza preavviso e le è stato negato il  diritto di appello mentre era ancora nel Regno Unito.
 
Come la generazione del Windrush, soffriamo l’ambiente ostile e insensibile del governo contro l’immigrazione.  Lo scandalo del Windush ha rivelato il dolore e la sofferenza provocati dalla deportazione e l’opinione pubblica ne è inorridita. (continua a pag. 2)

“Debito di gratitudine”?

Non c’è nessun su o giù nello spazio esteriore della terra, dunque il nord come ‘su’ e il sud come ‘giù’ sono definizioni puramente arbitrarie. La rappresentazione dell’Europa e dell’America che stanno in alto sulle carte geografiche e sui mappamondi, e che è universalmente familiare, è solo un espediente visuale per rafforzare l’idea che è giusto e appropriato che la gente bianca stia sopra, domini il mondo. Per ri-orientarvi, ruotate le carte geografiche e i mappamondi di 180 gradi. (Amoja Three Rivers )

Il “debito di gratitudine” è la formula magica che giustifica e dissimula i dispositivi che deumanizzano donne e uomini migranti autorizzandone, al contempo, lo sfruttamento in molteplici forme. In nome di quel “debito” essi diventano, infatti, proprietà dello Stato che li “accoglie”.

Alcuni giorni fa un compagno mi spiegava come tale “debito” scatti nel momento in cui le/i migranti vengono “salvati” in mare. Molto significativo è che a questo “salvataggio” segua, come primo atto, la perquisizione: un atto che sancisce l’espropriazione dei loro corpi come prezzo della possibilità – per altro sempre più remota – di restare nella fortezza Europa.

Pensando ai trascorsi coloniali europei, dalla conquista dell’America in poi, mi è stato immeditamente chiaro come il primo scopo del “debito di gratitudine” sia quello di mistificare la realtà attraverso un rovesciamento.

Secoli di schiavitù coloniale e neocoloniale, di rapina delle risorse, di “colonialismo tossico”, di sfruttamento e devastazione dei territori colonizzati nonché delle vite, dei saperi e delle culture di chi li abita sono infatti lì a testimoniare l’opposto: il vero, incommensurabile, “debito” ce l’hanno i Paesi europei che hanno costruito la propria ricchezza sul saccheggio coloniale e che oggi continuano ad ingrassare sulla pelle altrui. Vogliamo ribaltare questo mondo alla rovescia – con le sue false rappresentazioni propagandistiche – e rimettere sui suoi piedi la storia?


Per una genealogia del razzismo italiano

Punto 7 del "Manifesto del Razzismo Italiano" (1938)

Punto 7 del “Manifesto del Razzismo Italiano” (1938)

In seguito alla recentissima ripubblicazione di Difendere la “razza”, ho ricevuto svariati inviti a presentare il libro in giro per l’Italia.
Sicuramente una presentazione con commento dal vivo delle immagini d’epoca – come uso fare –  è molto efficace, ma siccome non sarà possibile andare ovunque, ho pensato che fosse il momento giusto per pubblicare in video questo percorso iconografico sulla costruzione della “razza italiana” nell’epoca coloniale – liberale e fascista – e sulle intersezioni tra genere e “razza” nella storia del razzismo italiano, nonché dei loro effetti sul presente.

Da tempo avevo in cantiere questo progetto e mi fa piacere poter dare l’opportunità di approfondire tali tematiche a tutte/i coloro che hanno letto  e apprezzato il mio lavoro di ricerca – dato che nel libro manca questa parte iconografica –  così come a chi non l’ha ancora letto.

Ringrazio la Libreria Calusca, l’Archivio Primo Moroni e il Centro sociale Cox18 di Milano per averne organizzata (e registrata!) la presentazione il 21 ottobre scorso.
Un ringraziamento particolare va, poi, a Miriam Canzi, che è intervenuta all’iniziativa presentando il percorso curato da Alessandra Ferrini Archive as Method (Resistant Archives) (2018), di cui ha fatto parte come studente, relativo ai materiali del disperso Centro di Documentazione Frantz Fanon, e il più ampio progetto AMNISTIA. Colonialità italiana tra cinema, critica e arte contemporanea.
Gli audio del contributo di Miriam e del dibattito seguito alla presentazione si possono trovare nel sito web di Cox18.

Mi scuso per eventuali imperfezioni nel montaggio, ma era prima volta che usavo questo tipo di programmi. Sono comunque certa che tali imperfezioni non penalizzeranno l’originalità della mia lettura  e l’attualità dei contenuti.

Buona visione!

Parte I

Parte II

Parte III