La colonialità del potere

Riporto un interessante articolo di Raúl Zibechi, pubblicato su La Jornada del 16 agosto 2019 e tradotto dal comitato Carlos Fonseca. A chi volesse approfondire la conoscenza di Silvia Rivera Cusicanqui, citata nell’incipit, consiglio la visione dell’intervista con Ana Cacopardo.

Il colonialismo si scontra con le donne mapuche (di Raúl Zibechi)


Due decenni fa Silvia Rivera Cusicanqui prospettava che il patriarcato è una parte sostanziale del colonialismo interno e che esiste un parallelismo tra la dominazione etnica e quella di genere. Visse sempre la propria identità femminile “a partire dall’interno storico e politico del colonialismo interno”, e da questo luogo poté comprendere, molto presto, come le tre oppressioni, “indigeni, donne e classi subalterne”*, si intrecciano sostenendo il sistema-mondo capitalista.

Il sindaco di Temuco (sud del Cile), importante città della regione ancestrale del popolo mapuche, sta promuovendo un aumento di repressione contro le donne venditrici di ortaggi, che mostra, senza sfumature, la persistenza del colonialismo interno e fino a dove può giungere la colonialità del potere.

Nel centro della città si possono ascoltare altoparlanti che avvertono la popolazione: “Stai attento alla tua tasca! Se sei sorpreso a comprare dai commercianti ambulanti illegali dentro la zona  di esclusione, i carabinieri potranno farti una multa che può costare 140 mila pesos (200 dollari)” (https://bit.ly/2OUWslz). “Altoparlante nazi”, lo giudica la pagina di mapuespress.org, uno dei media più seguiti nella regione.

Il sindaco Miguel Becker, appartenente ad una famiglia di coloni che fecero la propria fortuna grazie al genocidio del popolo mapuche nella “Pacificazione dell’Araucanía” (1860-1883), un anno fa ha dichiarato la guerra alla venditrici di ortaggi. Ha fallito perché hanno continuato a vendere e gli abitanti di Temuco hanno continuato a comprare da loro, come ho potuto osservare lo scorso dicembre nelle vicinanze del Mercado Pinto, dove si moltiplicano centinaia di posti di verdure, frutta, carne, legumi e artigianato.

Mentre il governo di Sebastián Piñera distribuisce aiuti ai grandi imprenditori agricoli e gli riduce le imposte, nelle regioni mapuche i contadini sono espulsi dai mercati, come mette in evidenza un documento della Comunità di Storia Mapuche. La storia coloniale repubblicana spiega questa brutale asimmetria.

“La totalità delle città situate nell’antico territorio mapuche furono edificate nella seconda metà del XIX secolo. Nel frattempo avanzavano le truppe cilene che spogliarono la società mapuche del suo territorio, si fondavano forti militari che successivamente si trasformarono nelle principali città della regione”  (https://bit.ly/2YP3rRg). La fondazione di Temuco fu fatta sui cadaveri di 400 mapuche che resistettero, crescendo su “un fiume di sangue mapuche”.

La tradizione delle venditrici di ortaggi e frutta viene dalla volontà di sopravvivenza del popolo mapuche, condannato a sopravvivere in piccoli appezzamenti dove cominciarono a riprendersi dall’invasione militare, appena 140 anni fa. Le attuali città, eredi dei “forti militari” cileni, vogliono continuare a confinare la popolazione mapuche fuori dalle mura, isolandoli nei loro stessi territori, accettando al suo interno solo i bianchi.

La Comunità di Storia Mapuche riflette su quello che sta succedendo ora: “Ma lì noi stiamo, noi siamo penetrati, come fruttivendole, ortolane, ma anche come professoresse, giornaliste, operai, medici, alla fine, oggi noi mapuche siamo a Temuco e in altre città, e abbiamo “diritto alla città”, abbiamo diritto ad utilizzarle, e anche a governarle”.

Credo che questo paragrafo dica tutto. Dopo l’invasione militare e l’occupazione del nostro territorio, noi abbiamo recuperato, siamo in piedi e ora guardiamo più in là, verso l’autogoverno, verso la ricostruzione della nostra nazione.

Per questo gli storici dicono: “portiamo cattive notizie” per i potenti, “perché nonostante il colonialismo e il saccheggio, la società mapuche continua a stare in piedi, resistendo quotidianamente per sopravvivere e organizzandosi per progettare”.

È questa proiezione in avanti, quello che inquieta la classe dominante bianca che fa appello, nel suo tentativo di contenere tutto un popolo, ai crudeli metodi del colonialismo. In questa medesima regione, a pochi chilometri da Temuco, nel novembre del 2018 fu assassinato Camilo Catrillanca, provocando una massiccia reazione mapuche ed un inedito sostegno della popolazione cilena con mobilitazioni in 30 città (https://bit.ly/33yzQdA).

Sembra importante rilevare che la reazione colonial/patriarcale del potere bianco attacca direttamente le donne, forse perché credono che siano il settore più debole del movimento e perché sono il sostegno dell’economia comunitaria. Ma si sono incontrati con quelle che sono la punta dove si schiantano le ondate repressive.

Noi in basso dobbiamo comprendere che il popolo mapuche non sta chiedendo nulla, non supplica, neppure fa domande. È in un’altra fase, come ci insegna il “Manifesto di Temucuicui” dello scorso dicembre, che ha riunito tutte le correnti del movimento. Il suo obiettivo ora consiste nel “rafforzare l’esercizio del recupero e controllo territoriale” (goo.gl/8dN3gg). Territorio e autogoverno.

*“Mujeres y estructuras de poder en los Andes”, Controversia, La Paz, 1997.

Basta un po’ di zucchero?

Nell’uomo dunque il meccanismo del piacere è strettamente connesso al meccanismo della riproduzione, nella donna meccanismo del piacere e meccanismo della riproduzione sono comunicanti, ma non coincidono. Avere imposto alla donna una coincidenza che non esisteva come dato di fatto nella sua fisiologia è stato un gesto di violenza culturale che non ha riscontro in nessun altro tipo di colonizzazione. (Carla Lonzi)

Una compagna mi ha segnalato alcuni giorni fa questo manifestino ricevuto per email.

Era inorridita – e io con lei – vedendo come si stiano affossando decenni di lotte e pratiche femministe.

La pillola, lo sappiamo molto bene. non ha nulla di femminista ma, anzi, è un contraccettivo che nuoce gravemente alle donne – e non solo dal punto di vista della salute.

Il fatto che i medici tendano ancora a rifilarla alle donne fertili di ogni età ha a che vedere con il business farmaceutico e con la mentalità patriarcale, non con la liberazione sessuale femminista.

Non si rileva, infatti, nessuna traccia di liberazione in un contraccettivo che è tutto a carico della donna – sia dal punto di vista della salute che dell’impegno a non scordarne l’assunzione.
Né si rilevano tracce di liberazione in una mentalità incentrata sull’orgasmo maschile, cioè una mentalità secondo la quale le donne devono essere sempre pronte alla penetrazione quando lui ne ha voglia.
Dovremmo ormai sapere che il piacere femminile è soprattutto clitorideo e non vaginale…

Impillolarsi per il piacere altrui significa forse essere soggetto del proprio desiderio? No, a meno che il desiderio non sia alienato nel desiderare di essere desiderata. Ma questa non è liberazione: a casa mia si chiama eteronormatività. E l’eteronormatività genera sudditanza femminile.

Vorrei anche aggiungere che, gratta gratta, questa mentalità è di diretta derivazione dalla (in)cultura dello stupro, che riduce ogni donna ad uno – o più – buchi.

E allora basta un po’ di zucchero patriarcale e la pillola va giù? (segue a pag. 2)

Cosa si nasconde dietro il “ritorno volontario”

Ho ricevuto da Londra la traduzione di un testo di All African Women’s Group, che sta circolando in forma di appello. Lo pubblico volentieri, per mostrare la tossicità tanto della categoria di “ritorno volontario”, quanto delle narrazioni di ong sedicenti “femministe” che sono, in realtà, complici delle politiche statuali repressive e di controllo. D’altra parte, quando si elemosinano allo Stato rappresentanza e leggi diventa facile scivolare nel collaborazionismo…

Chi mi ha inviato la traduzione specifica: «L’”ambiente ostile” contro gli immigrati è la politica lanciata da Teresa May quando era ancora Ministro degli Interni. Il risultato più scandaloso di questa politica è quello del Windrush, dal nome della nave che nel 1948 portò il primo gran numero di immigrati dalle Antille nel Regno Unito, invitati ad aiutare a ricostruire il paese dalle macerie della guerra e a lavorare negli ospedali e nei trasporti. I loro discendenti, a migliaia, sono stati considerati immigrati illegali dal Ministero degli Interni. Molti hanno perso il lavoro, la casa, l’accesso ai servizi sanitari, non potevano più visitare il paese d’origine neanche per un funerale e ritornare nel Regno Unito. Altri sono stati deportati illegalmente e sono morti».

BASTA CON LE DETENZIONI E LE DEPORTAZIONI. I RITORNI ‘VOLONTARI’ NON ESISTONO
 
La nostra cara sorella Erioth Mwesigwa è stata deportata senza preavviso nell’aprile dell’anno scorso dopo oltre 25 anni nel Regno Unito.  L’hanno presa mentre firmava [nell’ufficio immigrati. N.d.T], portata dritta all’aeroporto e messa su un volo, tutto nel giro di poche ore.  Trasformiamo questo in un segnale di sveglia perché, quando il nemico colpisce, ci si tira su e si lotta più duro.
 
Il Ministero degli Interni sta accelerando le deportazioni e ha cambiato la sua politica per rendersele più facili.  Per  esempio la signora Mwesigwa aveva ricevuto una lettera che diceva che l’avrebbero deportata senza preavviso e le è stato negato il  diritto di appello mentre era ancora nel Regno Unito.
 
Come la generazione del Windrush, soffriamo l’ambiente ostile e insensibile del governo contro l’immigrazione.  Lo scandalo del Windush ha rivelato il dolore e la sofferenza provocati dalla deportazione e l’opinione pubblica ne è inorridita. (continua a pag. 2)

Spese militari e “dannate della guerra”

Poiché mi è stato ripetutamente chiesto di pubblicare il mio intervento sulle “dannate della guerra” al convegno del 21 aprile e i dati sulle crescenti spese militari che ho enumerato in piazza a Milano il 5 maggio scorso, riporto questi ultimi in un file che potete scaricare qui, ricordando a chi fosse interessata/o a questo tema che l’Osservatorio sulle spese militari fornisce il continuo aggiornamento di tali dati.

Per quanto riguarda, invece, il mio intervento sull’impatto delle guerre neoliberiste sulle vite delle donne, potete ascoltarlo in podcast:

A fronte di questo ‘bel’ quadretto, mi chiedo come si possa ancora pensare di chiedere allo Stato con l’elmetto di garantire alle donne la – testuale – “giustizia riproduttiva”.

Ci siamo forse dimenticate che l’obiezione di coscienza sull’interruzione volontaria di gravidanza è garantita dall’art. 9 della legge 194/78?

art_9

Art_9_2

A quarant’anni dalla promulgazione di questa legge, c’è ben poco da commemorare. Assai diverso sarebbe superare, su tale questione, le leggi fasciste sulla “integrità e sanità della stirpe” (e dell’onore patriarcale…) rilanciando la depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza (anche dal punto di vista delle sanzioni amministrative!), come volevano le femministe radicali già negli anni ’70.

Che alle donne ci pensino le donne stesse, autodeterminandosi; non lo Stato!

Sulla proposta di inserire l’educazione sessuale nelle scuole, sempre più legate a doppio filo con l’apparato militare, non sto nemmeno a fare commenti.

D’altra parte, non dobbiamo sorprenderci che certo femminismo ammaestrato, suprematista e collaborazionista non spenda mezza parola sulla crescente militarizzazione né si schieri fattivamente al fianco delle dannate della guerra…

Postvittimismo, ma davvero!

Parma-2Qui potete ascoltare il podcast dell’intervista che ho rilasciato a Radio BlackOut sull’iniziativa seminariale di Parma.
Qui la registrazione dell’intera iniziativa e qui una sintesi del laboratorio, per chi volesse proporlo nel proprio territorio.

Voglio ringraziare di cuore chi ha organizzato l’incontro e le numerose donne che vi hanno partecipato – venendo anche da Como, Milano, Roma, Bologna, Cremona e altre città – nonché le compagne della Coordinamenta che, ancora una volta, hanno dato un importante contributo alla lotta femminista e anticapitalista, e tutte le compagne che ci hanno sostenute in questo percorso.

Un abbraccio forte alle splendide donne che hanno partecipato allo stage di autodifesa femminista che si è tenuto a Parma sabato 20 e domenica 21 e tutta la mia solidarietà alle compagne che oggi vengono processate all’Aquila con l’accusa di aver diffamato il difensore di Francesco Tuccia – stupratore in divisa.

Grazie a tutte queste donne il postvittimismo camminerà con gambe sempre più forti e sicure, radicate nella consapevolezza di sé e nella lotta antipatriarcale, senza paura!

L’immagine di questo post riproduce uno dei cartelli esposti dalle compagne nell’aula magna dell’università di Parma, durante l’incontro seminariale di venerdì scorso.

Sincerità dell’immondizia…

melma[…] una fogna è un cinico, che svela ogni cosa.
Questa sincerità dell’immondizia ci piace e riposa l’anima: quando si è trascorso il tempo a subire sulla terra lo spettacolo delle arie che si danno la ragion di stato, il giuramento, la saggezza politica, la giustizia umana, le onestà professionali, l’austerità di certe posizioni, gli abiti incorruttibili, solleva entrare in una fogna e vedere della melma che ammette di esserlo. […] (V. Hugo)

Nessuna sintesi potrebbe essere più efficace per esprimere ciò che penso dei comunicati intrisi di calunnie che attaccano iniziative contro la violenza di genere, di chi si sta anchilosando le dita su tastiere e con tweet per spammare al mondo quelle calunnie, delle maestrine che pensano di doverci spiegare come si faccia un’assemblea (senza nemmeno informarsi se si tratti o meno di un’assemblea) e delle maestrine che si ritengono detentrici uniche dei saperi femministi e poi appoggiano piani antiviolenza (sedicenti “femministi”) che ancora una volta non tengono conto né delle pratiche di autodifesa femminista contro la delega della propria sicurezza allo Stato, né della necessità di sostenere le donne che finiscono in carcere per aver reagito alla violenza maschile.

Che ciascuna/o intraprenda la strada che vuole, ma facciamola finita con lotte di egemonia  il cui unico effetto è rafforzare il patriarcato e il crescente fascismo.

Nel blog della Coordinamenta potete leggere la lettera delle compagne che hanno organizzato l’iniziativa del 19 gennaio prossimo a Parma, il comunicato di Parmantifascista in relazione allo stesso evento, il mio comunicato e quello della Coordinamenta in risposta al testo divulgato dalla rete #iostoconclaudia.

Detto ciò, non ho intenzione di perdere altro tempo su questa infame vicenda.

Sulle tracce di Georges Lapassade

Ho ricevuto oggi con grande piacere la notizia della pubblicazione del video documentario su Georges Lapassade, Où passa Lapassade.

Ne consiglio la visione sia a chi lo ha letto o conosciuto, sia a chi non ne ha mai sentito parlare. Oltre a scoprire una modalità di ricerca radicalmente antiaccademica e antibaronale, vi troverete spunti importanti per ragionare sul presente, sia che si parli di pratiche autogestionarie, sia che si parli di smantellamento dei dispositivi razzisti, sia per tutti gli altri stimoli che ognuna/o di voi ci troverà.

Chi volesse acquistare il video o avere info, faccia riferimento a Rose Marie Bouvet: rose-marie.bouvet@wanadoo.fr

Rose Marie presenta il documentario con queste sintetiche parole: Le film : un road-movie qui parcourt les objets de recherche de Georges, ses rencontres, ses influences,
un film qui peut aussi constituer une vulgarisation auprès des étudiants/professionnels en formation, sur des notions telles que l’analyse institutionnelle, l’autogestion pédagogique, la transe, la dissociation…
un film qui peut montrer l’intérêt de Georges Lapassade pour la jeunesse et les phénomènes éducatifs, la transmission…
En espérant que ce film vous intéresse et soit utile dans votre travail d’enseignement, formation, recherche. Au nom de l’équipe du film et en mémoire de Luc, mon co-réalisateur, je vous souhaite un bon moment avec ce film. Un DVD est disponible (15 euros). Si vous êtes intéressé(e) (s) (es), merci de m’indiquer une adresse postale. Ce DVD pourra être utilisé pour des projections pédagogiques (non commerciales).
Et bien évidemment, nous sommes intéressés(es), Patrick Boumard (le narrateur du film) et l’équipe du film, pour participer à des projections-débats, si vous avez le projet d’en organiser…
Bon film!
Rose-Marie Bouvet

Per chi volesse approfondire, segnalo Neotenia-Neoetnia, intervista che gli avevo fatto nei primi anni ’90, una sua breve biografia che avevo scritto in quell’epoca e poi pubblicato in occasione della sua morte, nel 2008, nonché il mio L’utopia nel corpo. Oltre le gabbie identitarie, molteplicità in divenire, dove sono raccolti alcuni capitoli della mia tesi di laurea dal titolo L’utopia nel corpo. Neotenia e società nell’opera di Georges Lapassade, e di cui Georges stesso era stato fra i correlatori (relatore era, ovviamente, Luciano Parinetto).

Femminista alpinista

L’8 marzo cade di mercoledì, io il mercoledì non lavoro per cui andrò a camminare in montagna.

Se abitassi in America Latina o negli Stati Uniti, probabilmente andrei in piazza a supportare lo sciopero delle donne; ma qui, in Italia, in piazza proprio non ci vado.

Se avessi letto qualcosa di almeno vagamente degno di essere comparato con ciò che hanno scritto Angela Davis e altreNell’abbracciare un femminismo del 99%, prendiamo ispirazione dalla coalizione Argentina Ni Una Menos. La violenza sulle donne, come loro la definiscono, ha molte facce: è violenza domestica ma anche violenza del mercato, del debito, dei rapporti di proprietà capitalistici, e dello stato… – certamente non sarei di questa idea, ma la nostrana operazione socialdemocratica imbellettata con un po’ di femminismo generalgenerico mi suscita solo una gran diffidenza – e un’immensa noia! – politica. Tutto già stravisto.

In fasi precedenti della mia vita mi sarei stata a sbracciare spiegando perché e percome evitare il baraccone mediatico di questo 8 marzo, sarei stata a discutere per ore con donne più o meno giovani sui nostri reciproci concetti di femminismo e sulle relative pratiche, avrei forse scritto paginate di riflessioni appassionate, a presente e futura memoria. Ma ora basta. Tanto passerà anche questa ubriacatura generale.

Le energie che ho, preferisco usarle per camminare in montagna, perché quell’arrampicarsi fra silenzi, suoni, colori, prospettive, orizzonti sempre nuovi e nutrienti aiuta a pensare lucidamente e libera dalle coazioni a ripetere che avvelenano la vita e le lotte.

Quest’anno, l’8 marzo andrò in montagna, e il mio slogan sarà La mia vita vale, quindi cammino!

20170103