Lo Hexenmeister e il Covid-19

Due semplici domande, tra loro collegate:
che c’entra l’inquinamento con il Covid-19?
(di conseguenza) che c’entra il capitalismo con la diffusione dei virus?

La risposta alla prima domanda è ben spiegata da due ricercatrici in un’intervista che vi invito ad ascoltare e diffondere.

Per quanto riguarda la seconda domanda consiglio la lettura dell’Introduzione che Luciano Parinetto scrisse, nel 1997, al mio L’utopia nel corpo. Le immagini marxiane del capitale come Hexenmeister e del suo mondo «in balia degli stessi malefizi che ha provocato» non solo danno spiegazione degli effetti della devastazione e del saccheggio planetari, ma rendono chiaro come le soluzioni che il capitale e i suoi servi prospettano per questa ‘emergenza sanitaria’ portino verso un ulteriore assoggettamento alle logiche mortifere del profitto.

Logiche fondate sul breve, brevissimo termine – i maggiori profitti nel minor tempo possibile – e che volutamente prescindono dagli effetti devastanti che veicolano su tempi lunghi.

Quante volte di fronte ai disastri ambientali e umani abbiamo sentito dire che gli effetti reali si sarebbero visti a distanza di decenni?

Non dimentichiamoci mai che questo mondo lo abbiamo preso in prestito dalle generazioni future!

Per immunizzarci dal gregge…

Alcuni giorni fa in una m-list di donne, qualcuna ha mandato una poesia invitando a leggerla in quanto parlerebbe delle “conseguenze anche positive” del momento attuale.

Trovo pericolosissimo che si parli di “conseguenze positive” perché significa che non si sa più distinguere tra l’autodeterminazione del nostro spazio/tempo e l’imposizione di misure reclusorie emergenziali.

E lo dico consapevole del mio privilegio di donna che da oltre un decennio ha deciso di lasciare la città per andarsene a stare in mezzo alla natura, a costo di ripartire da zero pur di vivere la vita che voleva.
Quindi oggi non devo starmene reclusa tra le 4 mura di un monolocale milanese ma posso stare all’aperto a piantare ortaggi e fiori e a godermi il profumo della primavera incipiente, avendo per dirimpettaia la montagna e non qualche infoiato che canta a squarciagola l’inno nazionale per dire che, in fondo, ‘va tutto ben, madama la marchesa’ .

Sono ben felice di avere, finalmente, il tempo di dedicarmi all’orto, visto che un sovraccarico di impegni me lo impediva dalla scorsa primavera. E caso vuole che sia pure tempo di piantagione secondo il calendario biodinamico, che seguo da anni.
Quindi tutto dovrebbe quadrare. O no?

No. Proprio no. Non sono così stolida né ingenua da pensare che questo “mio” tempo ritrovato sia veramente mio.
Sono consapevole che tutti i tromboni e le trombone che ora invitano gli italioti a riscoprire il calore del focolare domestico, i giochi dell’infanzia e un’infinità di altre cazzate da venditori di pentole bucate, non appena il governo dichiarerà terminata questa ennesima ‘emergenza’ ci inviteranno a tornare a lavorare con gioia e possibilmente a lavorare il doppio per recuperare il tempo perso, a rinunciare alle ferie perché, di fondo, ce le stiamo facendo ora (alla faccia delle ferie!!!) e quindi saremo belle riposate e pronte da spremere in nome del profitto.

Chi oggi ne approfitta per fare quelle mille cose rinviate sine die perché non c’è mai tempo da dedicare a noi stesse e al luogo in cui viviamo, tornerà a lamentarsi di non aver tempo o, invece, se lo prenderà?
E se decidesse di riprendersi il proprio tempo, cosa succederebbe?
Sono forse anche questi i “disordini” paventati da chi si sta organizzando in anticipo per reprimerli?

Chi non sta buttando queste giornate nel rincoglionimento catodico o dei social ma setaccia il web in cerca di stimoli di riflessione che vadano al di là dell’oppio del mainstream, chi si confronta – virtualmente, of course! – con la propria rete di relazioni amicali e politiche su quanto tutta la merda che il capitale ci ha propinato in particolare nell’ultimo secolo siano alla radice non solo del ‘salto di specie’ di questo coronavirus ma dell’indebolimento dei nostri sistemi immunitari… chi, insomma, oggi non si lascia infantilizzare né abbindolare dalle narrazioni dominanti, ma riflette e scambia informazioni e idee sarà considerata/o, domani, un pericolo da combattere?

E chi oggi ordina di essere solidali e cantare tutti in coro ai balconi ordinerà, domani, di tornare a scagliarci l’uno contro l’altro nella competizione.
L’imbolsito nutellomane non è altro che un miserrimo paradigma del tempo attuale nel suo abbaiare tutto e il contrario di tutto a seconda di come si sveglia e di come si farcisce a colazione.
Miserrimo paradigma di chi ci trita le ovaie con i crocieristi che non possono sbarcare e con i ricchi con seconda casa alle Canarie che non riescono a tornare in Italia o con altre news da rotocalco di quart’ordine, è però pronto ad armarsi per difendere i patri confini da barconi carichi dei subalterni della storia che chiedono conto all’Europa di secoli di dominio coloniale e neocoloniale.

Perché, diciamocelo chiaramente, in quello che si sta vedendo (se lo si vuol vedere) ci sono delle chiare connotazioni di classe.
Quelle connotazioni che in tanti non erano più in grado di cogliere, obnubilati dalle narrazioni della postmodernità o delle scalate sociali.

In Liguria come in Versilia migliaia di ‘bauscia’ lumbard in questi giorni scorrazzano allegramente sul lungomare dopo aver riaperto le loro seconde case.
Sono gli stessi che d’estate applaudono alle ordinanze razziste che negano agli immigrati perfino un po’ di ombra, si sentono protetti da squadracce di neonazi che pattugliano le spiagge contro i venditori stranieri e altre simili schifezze.
Sono gli stessi che oggi vogliono che gli operai e i portuali se ne vadano a lavorare – e, possibilmente, poi schiattino.
Sono gli stessi che, di fronte alle carceri in rivolta, si augurano che i detenuti brucino vivi così come di fronte ad un barcone pieno di dannati della terra si augurano che affondi o si augurano che un meteorite o un esercito spazzino via, una volta per tutte, gli abietti.
Sono gli stessi che, intrisi di retorica civilizzatrice, non vogliono sentir parlare di crimini coloniali – cioè di eccidi, stupri, schiavitù e diffusione di malattie mortali – ma si sentono offesi nel proprio ‘orgoglio nazionale’ se un paese straniero chiude le frontiere agli ‘untori’ italiani o li mette in quarantena.

Tornando al punto da cui ero partita, sarebbe meglio se, anziché cercare di consolarsi con le “conseguenze positive” di questa fase, si utilizzassero questi giorni per riflettere, confrontarsi e, soprattutto, prepararsi al ‘dopo’. Perché questo esperimento sociale – se pure per niente inedito nella modernità – è un punto di non ritorno e non lascerà semplicemente degli strascichi.
Ci aspettano tempi assai cupi, meglio arrivarci preparate!

Segnalo alcune letture che possono fornire degli spunti:

Ce ne sono molte altre, ma lascio a voi il gusto di cercarle. Sta per fare buio e devo ancora seminare il convolvolo….

Tal’at!

Riprendo da NenaNews questo interessante articolo di Hala Marshood e Riya Alsanah, che mostra come ormai non funzioni più la narrazione furbetta del posporre la liberazione delle donne alla liberazione di un popolo.

Tal’at: un movimento femminista che reimmagina la Palestina

La frase “Non esiste una patria libera senza donne libere” ha riecheggiato nelle comunità palestinesi lo scorso settembre quando migliaia di donne sono scese in strada in dodici villaggi, paesi e città del mondo in quello che è stato il lancio di Tal’at, un movimento femminista palestinese. Tal’at significa uscire fuori in arabo.

Con la scelta delle strade come luogo di lotta, le marciatrici hanno alzato la voce contro la violenza di genere in tutte le sue manifestazioni: femminicidio, violenza domestica, sessismo incorporato e sfruttamento, affermando che il sentiero verso la vera liberazione deve includere l’emancipazione di ogni palestinese, incluse le donne.

È stata la prima volta che nella storia recente le palestinesi hanno agito sotto una bandiera apertamente politica e femminista. Si è riusciti a mobilitare le palestinesi nella loro geografia frammentata.Il catalizzatore è stato l’uccisione di Israa Ghrayeb, una ventunenne palestinese di Betlemme. Israa è stata picchiata brutalmente dai membri della sua famiglia nell’agosto 2019. L’hanno seguita all’ospedale dove le hanno inflitto ulteriori ferite che, a causa dell’abuso fisico ininterrotto, le sono state fatali. Le grida di aiuto di Israa all’ospedale sono state documentate dallo staff medico e condivise sui social media. Nessuno è andato a salvarla, apparentemente neanche la persona che ha documentato le sue grida di aiuto è intervenuto.
Ciò che è successo poi ha evidenziato ulteriormente la brutalità assoluta dell’omicidio di Israa. La diretta complicità istituzionale dell’ospedale è andata a sommarsi al silenzio sociale della famiglia che ha diffuso voci d’accusa. Sostenevano che Israa fosse “posseduta” e dichiaravano che avesse problemi di salute mentale – come se ciò giustificasse le loro azioni.

Israa è una delle trentanove donne palestinesi uccise nel 2019 secondo i nostri dati. Dall’inizio del 2020, Shadia Abu Sreihan, trentacinquenne del Naqab (Negev) e Safa Shikshek, venticinquenne di Gaza, non sono più con noi a causa di femminicidi.
Sentendone l’esigenza, due settimane dopo l’omicidio di Israa, un piccolo gruppo di donne palestinesi ha emesso una chiamata alla protesta, spingendo le donne a scendere in strada, alzare la voce e agire: “Questa è una manifestazione per Israa e per le 28 donne che abbiamo perso dall’inizio dell’anno, e per coloro i cui corpi e le cui anime affrontano violenze quotidiane”.
“Il nostro messaggio: la sicurezza e la dignità delle palestinesi non è una questione che riguarda solo le donne, ma deve essere alla base della nostra politica emancipatoria nei discorsi e nell’agire, perché non esiste una patria libera senza donne libere”.

Perché le palestinesi sentono l’urgenza di organizzarsi sotto una bandiera esplicitamente emancipatoria femminista? Qual è il discorso femminista che Tal’at incarna? Scriviamo nel tentativo di porre alcuni di questi interrogativi.
Sfidando gli stereotipi razzisti e orientalisti, le donne del Medio Oriente e del Nord Africa sono in prima linea nella lotta per la costruzione di una società più giusta ed equa. Mentre scriviamo le donne occupano piazze e marciano per le strade di un Iraq dilaniato dalla guerra, determinate a giocare un ruolo attivo nel dare forma al loro futuro. In Libano, le donne non hanno abbandonato le strade, sfasciano banche, si agitano per i diritti dei rifugiati siriani e palestinesi e danno una lezione in tempo reale per quanto riguarda la pratica del femminismo rivoluzionario.

Le femministe di tutto il mondo incarnano e articolano un femminismo che vede l’oppressione come qualcosa di sistematico e radicato strutturalmente nel capitalismo, che si interseca con la razza, la sessualità, il colonialismo e l’ambientalismo. In breve, un femminismo che va oltre le rivendicazioni di genere individuali, spingendoci a combattere per un mondo più giusto ed equo per tutti.
Tal’at è parte di questa tradizione femminista rivoluzionaria. L’esperienza di vita di più di sette decenni di violenza coloniale israeliana ha dato forma al nostro movimento. In quanto popolo, siamo privati dei nostri diritti e bisogni di base mentre si paralizzano il nostro sviluppo collettivo e la nostra resistenza. Questa realtà ci costringe ad analizzare esperienze di violenza – nelle sue varie forme – come una questione sociale e politica che deve essere affrontata alla radice e collettivamente, in quanto società.

Oltre a porre una minaccia diretta alla vita e alla riproduzione sociale, per rafforzare ulteriormente il suo controllo, Israele ha lavorato strategicamente per colpire e frammentare i palestinesi dal punto di vista sociale, politico ed economico. La privazione dell’agire collettivo delle comunità palestinesi si accompagna al consolidamento delle strutture parentali patriarcali. Ciò si acuisce in particolare nel caso dei palestinesi in Israele dove si sviluppano relazioni beneficiarie tra il governo di Israele e i capi delle famiglie estese, o gli sceicchi.

Tra i benefici, lo Stato concede a questi uomini l’autorità di gestire quelle che sono considerate questioni “intracomunitarie”. Così, per esempio, la polizia israeliana ha riconsegnato donne in fuga che si sospetta subiscano abusi dai loro parenti e coniugi, le stesse persone da cui scappavano.
Questa non è una richiesta di riforma istituzionale, ma di approfondimento della nostra comprensione della relazione intrecciata tra la colonizzazione e le manifestazioni di oppressione sociale. Inoltre, la polizia, come sanno le donne di tutto il mondo, non è né nostra protettrice né alleata; figurarsi quando diventa parte di una struttura coloniale che include i palestinesi come soggetti che devono essere sorvegliati e controllati; che sia la polizia israeliana o la polizia dell’Autorità Palestinese addestrata dagli americani, con un ruolo essenziale nel controllare i palestinesi nell’interesse del nostro colonizzatore.
Una realtà che non può essere esclusa da questa matrice di oppressione è la paralisi sistematica dello sviluppo economico palestinese e la trasformazione dei palestinesi, incluse le donne, in una forza lavoro economica e sfruttabile.
Tutto ciò culmina in un sistema di violenza a più strati dove le relazioni di potere nelle forme sociali, economiche e di genere sono intensificate e riprodotte, con un impatto diretto sulle formazioni sociali intracomunitarie.

Nella sua chiamata iniziale, Tal’at ha chiesto di cogliere l’opportunità di costruire la solidarietà femminista deframmentata palestinese. Nel fare ciò, Tal’at spinge attivamente contro la corrente di frammentazione sociale, politica e geografica che travolge il paesaggio palestinese, accelerata dal processo di costruzione di uno Stato neoliberista cementato dagli accordi di Oslo del 1993.
Oslo ha limitato la lotta di liberazione palestinese attorno a un’idea burocratica di stato e a diritti frammentati mentre incideva uno spazio tra lotte sociali e politiche, limitando inoltre la nostra abilità di articolare una visione più ampia della liberazione collettiva.

Il movimento politico palestinese – nelle sue rappresentazioni multiple – continua a giocare un ruolo attivo nell’estromettere e minimizzare l’emancipazione delle donne come una questione che riguarda solo le donne che dovrebbe essere articolata sulla base dei diritti individuali neoliberisti e all’interno dei confini delle organizzazioni no-profit delle donne. La sicurezza e la dignità delle donne vengono presentate come una battaglia secondaria che dovrebbe essere posposta alla liberazione “geografica”.

Tal’at si è sviluppato per cambiare questa realtà forzando le politiche emancipatorie in programma, affermando che la nostra lotta di liberazione deve essere basata sul centrare le esperienze di coloro che sono emarginati socialmente, politicamente ed economicamente e praticando una solidarietà attiva con tutti quelli che subiscono le barbarie del sistema corrente.
Aspiriamo alla costruzione di un mondo diverso, perché la nostra emancipazione dipende dalla distruzione del capitalismo, del colonialismo e del patriarcato.

Dunque, Tal’at non dà la priorità al formulare richieste istituzionali, né da parte dell’Autorità Palestinese e sicuramente non da parte dello Stato israeliano; la nostra lotta è interna alla Palestina per la costruzione del tessuto sociale e politico, con l’avvio di un processo di guarigione collettiva radicale, che caratterizza la nostra lotta di liberazione, nel discorso e nella pratica.

Tal’at segna una nuova era per il femminismo palestinese, dove un movimento con radici indipendenti sta provando a forzare un discorso femminista rivoluzionario nell’agenda politica, ridefinendo la nostra battaglia di liberazione nazionale, come una che incarni il tipo di società che vogliamo costruire.
Quello che il futuro ci riserva è incerto, ma sappiamo che mettere insieme le donne palestinesi in un unico movimento, in uno spazio di attivismo politico-femminista decentralizzato ma anche deframmentato, crea le condizioni per la crescita e la solidarietà.

Comunicato sull’autoformazione femminista (e alcune considerazioni sul presente)

Comunicato
Carissime, dati i problemi di spostamento che si stanno delineando per molte delle partecipanti all’autoformazione femminista, abbiamo pensato che sia meglio rimandare a settembre il ciclo di incontri.
Ne siamo profondamente dispiaciute, dati gli stimoli e il nutrimento che quegli incontri stavano dando a tante di noi.
Consapevoli che il virus più micidiale è ancora oggi il patriarcato, vi abbracciamo forte.

Nicoletta Poidimani e le Donne in Cantiere

Abbiamo preso questa decisione dopo esserci rapidamente consultate.
Vi invitiamo a leggere i materiali relativi ai due incontri precedenti nella pagina fb delle Donne in Cantiere e nel blog della Coordinamenta.

A margine, alcune mie considerazioni.

L’Italia è blindata. Il grande esperimento di controllo e repressione fatto nei campi per i terremotati dell’Aquila è ora applicato a territori molto più ampi – e bontà loro che si possa ancora (ma per quanto?) bere caffè e mangiare cioccolato!
Non per caso è la Protezione civile a fornire i dati sul ‘contagio’ e non il Ministero della salute… D’altra parte il protocollo attualmente adottato è assai simile a quello della “medicina delle catastrofi” – che include, nella categoria di “catastrofe” gli eventi naturali estremi, gravi incidenti, guerre, ecc.

I governanti vorrebbero indurci a ragionare sulla salute con una logica di guerra. Nel frattempo in Europa scorrazzano allegramente decine di migliaia di militari per Defender 2020, definita “la più grande esercitazione della Nato”.

Coincidenze che non possono passare inosservate.

Così come non può passare inosservato lo sfacelo creato dal ventennio di intrallazzi del ciellino Formigoni sulla sanità lombarda, con strutture ospedaliere ormai al collasso. Sfacelo che noi femministe abbiamo sempre denunciato politicamente, perché sperimentato prima di tutto sulla pelle delle donne.

Nell’attuale moltiplicarsi e restringersi delle frontiere, la mia solidarietà va soprattutto alle profughe e ai profughi siriani usati come scudi umani dal macellaio Erdogan e dalla Fortezza Europa, nonché alle donne a agli uomini reclusi nelle istituzioni totali che stanno protestando contro la sospensione dei colloqui.

Comunicato su variazione date per l’autoformazione femminista

L’incontro con le compagne milanesi sull’autogestione della salute che si sarebbe dovuto tenere sabato 29 febbraio è rinviato a SABATO 14 MARZO, dalle 15 alle 18 – a seguire apericena.

L’incontro con Nerina Milletti sul lesbismo come pratica politica è, invece, rinviato dal 14 marzo a DOMENICA 26 APRILE (attenzione: non sarà di sabato questa volta, ma di domenica), sempre dalle 15 alle 18 – a seguire apericena.

Presto vi invieremo il calendario definitivo che include gli incontri di maggio e giugno. Qui sotto trovate il calendario fino ad aprile, con le date aggiornate.

Vi aspettiamo!

È ora di mettere i puntini sulle A!

Clicca sulla locandina per ingrandirla

A partire da sabato 1 febbraio si terrà a Viareggio un ciclo di incontri di autoformazione femminista – riservati alle donne – che ho organizzato in collaborazione con le Donne in cantiere. Naturalmente, non si poteva partire che da Autocoscienza e separatismo, con Daniela Pellegrini.

Nel blog della Coordinamenta – che partecipa al percorso – trovate un’intervista a me ed Antonietta che spiega le ragioni di questa autoformazione, ma trovate anche tanto altro materiale utile per approfondire le tematiche che affronteremo nel corso dei prossimi mesi.

Boicotta il carnevale, butta la maschera e vieni al sabba!

La colonialità del potere

Riporto un interessante articolo di Raúl Zibechi, pubblicato su La Jornada del 16 agosto 2019 e tradotto dal comitato Carlos Fonseca. A chi volesse approfondire la conoscenza di Silvia Rivera Cusicanqui, citata nell’incipit, consiglio la visione dell’intervista con Ana Cacopardo.

Il colonialismo si scontra con le donne mapuche (di Raúl Zibechi)


Due decenni fa Silvia Rivera Cusicanqui prospettava che il patriarcato è una parte sostanziale del colonialismo interno e che esiste un parallelismo tra la dominazione etnica e quella di genere. Visse sempre la propria identità femminile “a partire dall’interno storico e politico del colonialismo interno”, e da questo luogo poté comprendere, molto presto, come le tre oppressioni, “indigeni, donne e classi subalterne”*, si intrecciano sostenendo il sistema-mondo capitalista.

Il sindaco di Temuco (sud del Cile), importante città della regione ancestrale del popolo mapuche, sta promuovendo un aumento di repressione contro le donne venditrici di ortaggi, che mostra, senza sfumature, la persistenza del colonialismo interno e fino a dove può giungere la colonialità del potere.

Nel centro della città si possono ascoltare altoparlanti che avvertono la popolazione: “Stai attento alla tua tasca! Se sei sorpreso a comprare dai commercianti ambulanti illegali dentro la zona  di esclusione, i carabinieri potranno farti una multa che può costare 140 mila pesos (200 dollari)” (https://bit.ly/2OUWslz). “Altoparlante nazi”, lo giudica la pagina di mapuespress.org, uno dei media più seguiti nella regione.

Il sindaco Miguel Becker, appartenente ad una famiglia di coloni che fecero la propria fortuna grazie al genocidio del popolo mapuche nella “Pacificazione dell’Araucanía” (1860-1883), un anno fa ha dichiarato la guerra alla venditrici di ortaggi. Ha fallito perché hanno continuato a vendere e gli abitanti di Temuco hanno continuato a comprare da loro, come ho potuto osservare lo scorso dicembre nelle vicinanze del Mercado Pinto, dove si moltiplicano centinaia di posti di verdure, frutta, carne, legumi e artigianato.

Mentre il governo di Sebastián Piñera distribuisce aiuti ai grandi imprenditori agricoli e gli riduce le imposte, nelle regioni mapuche i contadini sono espulsi dai mercati, come mette in evidenza un documento della Comunità di Storia Mapuche. La storia coloniale repubblicana spiega questa brutale asimmetria.

“La totalità delle città situate nell’antico territorio mapuche furono edificate nella seconda metà del XIX secolo. Nel frattempo avanzavano le truppe cilene che spogliarono la società mapuche del suo territorio, si fondavano forti militari che successivamente si trasformarono nelle principali città della regione”  (https://bit.ly/2YP3rRg). La fondazione di Temuco fu fatta sui cadaveri di 400 mapuche che resistettero, crescendo su “un fiume di sangue mapuche”.

La tradizione delle venditrici di ortaggi e frutta viene dalla volontà di sopravvivenza del popolo mapuche, condannato a sopravvivere in piccoli appezzamenti dove cominciarono a riprendersi dall’invasione militare, appena 140 anni fa. Le attuali città, eredi dei “forti militari” cileni, vogliono continuare a confinare la popolazione mapuche fuori dalle mura, isolandoli nei loro stessi territori, accettando al suo interno solo i bianchi.

La Comunità di Storia Mapuche riflette su quello che sta succedendo ora: “Ma lì noi stiamo, noi siamo penetrati, come fruttivendole, ortolane, ma anche come professoresse, giornaliste, operai, medici, alla fine, oggi noi mapuche siamo a Temuco e in altre città, e abbiamo “diritto alla città”, abbiamo diritto ad utilizzarle, e anche a governarle”.

Credo che questo paragrafo dica tutto. Dopo l’invasione militare e l’occupazione del nostro territorio, noi abbiamo recuperato, siamo in piedi e ora guardiamo più in là, verso l’autogoverno, verso la ricostruzione della nostra nazione.

Per questo gli storici dicono: “portiamo cattive notizie” per i potenti, “perché nonostante il colonialismo e il saccheggio, la società mapuche continua a stare in piedi, resistendo quotidianamente per sopravvivere e organizzandosi per progettare”.

È questa proiezione in avanti, quello che inquieta la classe dominante bianca che fa appello, nel suo tentativo di contenere tutto un popolo, ai crudeli metodi del colonialismo. In questa medesima regione, a pochi chilometri da Temuco, nel novembre del 2018 fu assassinato Camilo Catrillanca, provocando una massiccia reazione mapuche ed un inedito sostegno della popolazione cilena con mobilitazioni in 30 città (https://bit.ly/33yzQdA).

Sembra importante rilevare che la reazione colonial/patriarcale del potere bianco attacca direttamente le donne, forse perché credono che siano il settore più debole del movimento e perché sono il sostegno dell’economia comunitaria. Ma si sono incontrati con quelle che sono la punta dove si schiantano le ondate repressive.

Noi in basso dobbiamo comprendere che il popolo mapuche non sta chiedendo nulla, non supplica, neppure fa domande. È in un’altra fase, come ci insegna il “Manifesto di Temucuicui” dello scorso dicembre, che ha riunito tutte le correnti del movimento. Il suo obiettivo ora consiste nel “rafforzare l’esercizio del recupero e controllo territoriale” (goo.gl/8dN3gg). Territorio e autogoverno.

*“Mujeres y estructuras de poder en los Andes”, Controversia, La Paz, 1997.

Cartoline da un paese incetriolato

Sono stufa, nauseata, schifata. Come tante altre e tanti altri in questo momento, sicuramente.

Stufa di chi esulta per la ‘fine’ (??) del Grande Cetriolo* II – che beveva ostentati mojito sulla spiaggia mentre donne, uomini e bambini emigranti pativano in mare – dimenticandosi dell’eredità dei razzisti ed autoritari ‘decreti sicurezza’ che ci ha lasciato anche grazie a una cricca di complici che oggi fan finta di defilarsi. E dimenticandosi anche di chi, da Napolitano a Minniti , a quei decreti ha preparato il tappeto rosso negli scorsi due decenni.

Sono nauseata da quella massa putrescente all’eterna ricerca dell’uomo forte che la faccia sentire viva (anche solo con un selfie):

Di colassù i berci, i grugniti, lo strabuzzar d’occhi e le levate di ceffo d’una tracotanza priapesca: dopo la esibizione del dittatorio mento e del ventre, dopo lo sporgimento di quel suo prolassato e incinturato ventrone, dopo il dondolamento, in sui tacchi, e ginocchi, di quel culone suo goffo e inappetibile a chicchessia, ecco ecco ecco eja eja eja il glorioso, il virile manustupro: e la consecutiva maschia polluzione alla facciazza del “poppolo”. E da basso e per tutto tutti i grulli e le grullacce fanatizzate della Italia a gargarizzarsene, a risciacquarsene l’anima, di quel bel colluttorio: che il Gran Cacchio, tumescente in tacchinesca lubido, aveva ejaculato su quell’ultimo podio, o balco, o arengario, dell’ultima erezione sua. Eretto nello spasmo su zoccoli tripli, il somaro dalle gambe a roncola aveva gittato a Pennino e ad Alpe il suo raglio. Ed Alpe e Pennino echeggiarlo, hì-hà, hì-hà, riecheggiarlo infinitamente, ejà-ejà, ejà-ejà, per infinito cammino de le valli (e foscoliane convalli). C. E. Gadda

Sono schifata dal crescente branco di stolidi la cui tracotante ignoranza è sintetizzabile nel continuare a cantare la marcetta militare Faccetta nera, senza nemmeno sapere che lo stesso Grande Cetriolo* I – di cui sono ferventi nostalgici – ne vietò la riproduzione all’indomani della dichiarazione dell’impero, nel ’36.

Sono stufa, nauseata, schifata dagli ignavi che guardano al proprio misero orticello come fosse l’ombelico del mondo e si preoccupano solo di riuscire a galleggiare nella merda. Ignavi dagli occhi incetriolati!

La recente, eclatante, scoperta di un missile aria-aria in possesso del trafficante d’armi Fabio Del Bergiolo e di due suoi degni compari ha coperto un dato di fatto molto più significativo: il fascismo non si sta semplicemente riorganizzando, ma si sta armando! Non è un caso che nel varesotto, nota zona di neonazisti, ci fossero armi e munizioni a volontà e altre ne sono state trovate nella casa del suddetto in provincia di Massa – altra zona ad alto tasso di fascisti dove, non più di un paio di anni fa, è stata scoperta un’intera cassa di armi sepolta nei boschi.

L’altro giorno, ad uno dei tanti cortei contro il tour estivo salviniano, con un compagno si parlava di come oggi non possa non esserci chiaro che in epoca nazifascista le popolazioni sapessero delle deportazioni e degli stermini messi in atto dal regime nazista e da quello fascista.

Oggi, come allora, lo stesso silenzio complice di fronte allo sterminio dell’etica e al trionfo del disumano.

E ancora oggi «il fascismo non è un fenomeno a sé, avulso dall’insieme delle altre ingiustizie sociali, ma una diretta conseguenza ed emanazione di queste», come scriveva Luigi Fabbri nel 1921…

Saluti da Cetriolandia!

* il riferimento è, ovviamente, al Grande Cetriolo di Gadda e non al Grande Cocomero dei Peanuts!